lunedì 24 novembre 2008

Francesco, lo stregone che piantava gli alberi


Disboscatori.

Ebbene sì; se qualcuno chiedesse qual era il passatempo preferito dei santi nel Medioevo, la risposta più pertinente –anche se magari non la più evangelica– sarebbe proprio questa.

Chiudiamo gli occhi per un istante e immaginiamoci ovunque alberi sradicati e tronchi abbattuti, peggio, intere foreste rase al suolo. È il paesaggio poco idilliaco di cui si tinge l’Europa dalla caduta dell’Impero Romano fino alla fine del Medioevo –e anche oltre, nelle parti più orientali della Prussia.

Dal concilio provinciale di Cartagine, che inaugurò la moda nel lontano 397 d.C., fino ai sinodi di Alba (1626) e di Alessandria (1702), che vietavano lo svolgimento della festa del Maggio, è tutto un susseguirsi di Crociate contro gli alberi.

Arbores demonibus consacratae, gli alberi consacrati agli spiriti del male; sono loro i rivali più temibili con cui tutti i campioni delle agiografie medievali si devono misurare nelle campagne. E tra questi agguerriti predicatori, c’è anche chi ci lascia le penne. Come Adalberto, vescovo di Praga, fatto oggetto nel 997 d.C. di un fittissimo lancio di giavellotti durante una messa celebrata sull’altare che lui stesso aveva fatto erigere incautamente poco prima, al posto di un profana arbor.

Ma quando non sono i cristiani a farne le spese, gli alberi ricrescono lo stesso, in barba allo zelo dei predicatori.


È il caso del famoso noce di Benevento, abbattuto nel 663 d.C. da San Barbato e miracolosamente ricresciuto qualche miglio più avanti secondo la leggenda tramandata nel trattato De nuce maga beneventana del medico Pietro Piperno. E che dire, invece, del pino abbattuto «con eroica fede nel Signore» da San Martino –sì, esatto, proprio quello del mantello–, vescovo della città di Tours?

Ma se questa carrellata di aneddoti non vi basta e desiderate qualche nome più illustre –che so, qualche pezzo grosso della fede che fa sempre notizia–, pensate allora al caso emblematico di Benedetto da Norcia, attualmente il santo prediletto dalla Sede Apostolica; mosso da forti intenti evangelizzatori, arrivato in quel di Monte Cassino, la prima cosa che si premurò di fare Benedetto fu distruggere un boschetto sacro ad Apollo che sorgeva sulla sommità del monte. Ma se santi e predicatori impugnavano sovente le asce davanti a faggi e querceti, i cosiddetti ‘laici’ non erano certo da meno. Basti pensare al paladino del Sacro Romano Impero Carlo Magno, che nel 772 d.C., giunto a Geismar, abbatté Irminsul, la quercia sacra ai Sassoni perché ritenuta l’asse del mondo.

Eppure il cristianesimo medievale non ha gioco contro queste credenze, talmente radicate nel mondo contadino da mettere a repentaglio la sopravvivenza di molte abbazie nel contado all’alba del tredicesimo secolo. La scena che si profila è più o meno questa: di fronte all’avanzare della nuova civiltà comunale, portatrice dei valori borghesi del commercio e della concorrenza sconosciuti al mondo feudale –«la ragion di mercatura», come la chiamerà poi Boccaccio–, il clero secolare attraversa una fase di profondo declino, siamo agli inizi del ‘200. Rintanata nei palazzi vescovili tra Perugia, Viterbo e Roma, costretta a fare la spola per schivare la tempesta ereticale pauperista che imperversa nelle città, la corte papale sta perdendo progressivamente il controllo delle campagne, dove i focolari pagani non si sono mai spenti del tutto. Urge un esponente del mondo cristiano che riavvicini la Chiesa al suo popolo, specie dopo la svolta teocratica imposta da Innocenzo III nel 1215 e continuata dal suo successore Onorio.

Dai corridoi del Laterano fino alle più minute casupole del contado, si comincia a vociferare di un uomo dotato di profondo carisma, che fa sfoggio di poteri sovrannaturali e riscuote un larghissimo consenso malgrado non sia un chierico, e tanto meno un prelato, ma un laico figlio di mercanti; forse è proprio questo dettaglio a renderlo gradito agli uomini e alle donne cui predica.

Si chiama Francesco, si è recato già più di una volta in udienza dal papa per chiedere che la sua fraternitas venga riconosciuta dalle gerarchie. E malgrado il rifiuto di papa Innocenzo, non si è rassegnato, costruendo col tempo una comunità di seguaci che, specie nelle campagne, tra i vecchi pagani, ha il suo punto di forza.

Qual è il vero segreto del suo successo?


[l'articolo prosegue qui corredato da molte altre immagini...]

[Foto scattata nel sentiero francescano che da Cesi conduce alla Romita degli Arnolfi. Qui si venera l'Elce santo, che piegandosi avrebbe fornito un riparo al poverello.
Cfr. Paolo Rossi, L'Eremita degli Arnolfi, storia di uno dei più autorevoli romitori della storia francescana, Catanzaro 1996, p. 15] .