giovedì 24 settembre 2009

Madonna a Tre Teste: incredibile affresco all'abbazia di San Pietro a Perugia!


Smaltita la sbornia estiva, con le prime piogge autunnali torniamo finalmente ai posti di comando. Siete pronti a rituffarvi nelle pieghe del Medioevo alla caccia di boschi sacri e santuari pagani?
Stavolta non ci allontaneremo troppo dalla nostra sede operativa, Perugia.
Anzi, rimaniamo nella città del grifone per gettare lo sguardo su uno dei monumenti più enigmatici che il MedioEvo locale conosca. L’abbazia benedettina di San Pietro.


La sua collocazione di per sé è già un rebus. Quando sorse sotto il pontificato di papa Silvestro (337 d.C.), cioè poco più di vent’anni dopo l’Editto di Milano con cui l’imperatore Costantino si ergeva a defensor della cristianità, fu subito creata cattedrale di Perugia. Fu la prima di una lunga serie e qui ci balza agli occhi la prima stranezza. Sì, perché la primitiva chiesetta di San Pietro non sorgeva affatto entro le mura etrusche di Perugia ma ben distante da esse, a un chilometro e 100 metri per l’esattezza, immersa nella fitta boscaglia di una collinetta che cinge Perugia, il Monte Caprario o Comploiano.

Cosa ci faceva da queste parti una cattedrale che avrebbe dovuto trovarsi entro le mura urbiche?

Fatto sta che nel 936 d.C. il Vescovo Ruggiero elesse a nuova cattedrale della città la chiesa di S. Stefano del Castellare, mettendo fine così alla cattività fuori le mura della comunità cristiana perugina. Iniziò per la nostra amata chiesetta un progressivo degrado e abbandono a cui mise fine solo trent’anni più tardi un certo
Pietro Vincioli, nobile di Montelagello (località non distante da Marsciano). Vincioli, mosso al solito da fervente devozione, ebbe la brillante idea d’investire parte delle proprie ricchezze per riscattare il luogo di culto, ridotto ormai a un ammasso di rovine e di destinarlo a sede di un monastero benedettino. La scelta si rivelò azzeccata, tanto che al Concilio di Ravenna del 967 ne fu nominato primo abate; e non si fece attendere nemmeno la nuova consacrazione della rinata chiesa, celebrata appena due anni più tardi dal Vescovo Onesto. Che quello fatto dal pio Pietro fosse un ottimo investimento lo confermarono negli anni successivi le continue schermaglie tra di lui e il nuovo vescovo cittadino Conone, desideroso di appropriarsi dei succulenti privilegi fiscali accordati al monastero nel 1022 dalla bolla papale di Benedetto VIII, e confermati perfino in un diploma del Barbarossa datato 1163.

Tralasciando l’aneddotica storica, cos’ha di tanto particolare questa chiesa oltre all’essere stata -al pari di altre abbazie nei 'secoli bui' del MedioEvo- un radioso paradiso fiscale?

Ce ne accorgiamo percorrendo il chiostro, che fu “spalmato” sulla primitiva facciata della chiesa medievale nel XVII secolo come una museruola, rendendone illeggibili gli affreschi. Non tutti però.



Se nell’edicola sinistra della facciata campeggiano una serie di soggetti di facile lettura tra cui si distinguono un Trionfo degli apostoli Pietro e Paolo, l’Annunciazione alla Vergine, e un San Giorgio Cavaliere intento a trafiggere il drago, il bello viene nella parte destra della facciata.

Incassato, quasi inghiottito, nel nuovo chiostro seicentesco affiora un affresco più unico che raro, la Trinità tricefala. Si tratta di una raffigurazione della Trinità, di scuola giottesca o arnolfiana, notoriamente eretica tanto che fu vietata nel 1628 da papa Urbano VIII nel concilio Tridentino. E non è un caso se Valentino Martelli, che era stato progettista di questo chiostro appena quattordici anni prima, decise saggiamente d’infossare l’affresco in odor di eresia, senza murarlo; il suo gesto ci permette ancora oggi di rimirare quest’opera e di notarne un altro dettaglio di gran lunga più scabroso.

Nel chiostro di San Pietro, infatti, ci troviamo di fronte ad una raffigurazione della Trinità palesemente femminea, tanto da farci supporre che in realtà il personaggio assiso in trono che stiamo rimirando non raffiguri l'Eterno, in barba alla filosofia patriarcale medievale, ma sia in tutto e per tutto una Madonna.

Come? Una Madonna Tricefala?

Malgrado i critici d’arte che si sono occupati finora dell’affresco si ostinino a negare l’evidenza, dichiarando a chiare lettere che questo affresco raffigura una classica Trinità maschile, noi turisti impertinenti non riusciamo proprio a farci passare di mente questa strana idea. Infatti, se papa Urbano vietò in quel di Trento raffigurazioni equivoche come appunto il Vultus Trifrons, temendone le contaminazioni pagane che potevano generare, quelle stesse contaminazioni contro cui si era scagliato Lutero, è mai possibile che dietro l’elegante fattura di questo affresco si celi un riferimento, neanche troppo velato, ad una divinità femminile tricefala del paganesimo antico?

È possibile che questa inverosimile Madonna a tre teste abbia qualcosa da spartire con la dea greca dalle tre teste Ecate?

Per abbozzare una risposta dobbiamo varcare la soglia della chiesa di San Pietro, abbandonando per un attimo il suo chiostro.

Che dite, ce n’è abbastanza per tenervi tutti incollati al prossimo post?



Bibliografia essenziale:

Mario Montanari, Mille anni della chiesa di s. Pietro in Perugia e del suo patrimonio, Foligno 1966.
Martino Siciliani, L' Abbazia e la Basilica di S. Pietro in Perugia : storia e arte, Genova, 1994.
Giuseppe Maria Toscano, I mille volti di Cristo nell'arte, Parma, 1991.