domenica 29 dicembre 2013

Un pensierino natalizio: il bue, l'asinello.... e la propaganda.

Visto che la sbornia natalizia non ci è ancora passata del tutto, mi gusta soffermarmi su un affresco francescano non famosissimo ma che riserva ai curiosi almeno una sorpresa.

Penserete che l'immagine sopra sia una banale Natività di Cristo. E vi sbagliate di grosso: Cristo, per una volta, non c'entra!

La pittura si trova nel ciclo di Montefalco, ameno paese vicino Foligno, autore nel 1452 BENOTIUS FLORENTINUS.

Benozzo Gozzoli, un pittore estroso che secondo il Vasari da Firenze scalava le erte sassose dei colli umbri in cerca di lavoro, interpretò come meglio non si poteva le richieste del suo committente: il priore fra' Jacopo da Montefalco.

Tommaso da Celano, agiografo che tanto piaceva a fra' Jacopo, definì Francesco d'Assisi l'unico vero Alter Christus sceso in terra per la nuova redenzione degli uomini.

Come si poteva rendere bene quest'idea?
Benozzo scelse di puntare sulle analogie tra la nascita di Cristo e quella di Francesco. Francesco non nacque certo in una stalla (!); suo padre Pietro di Bernardone era uno dei più ricchi mercanti di tessuti di Assisi e l'abitazione in cui nacque il figlioletto ce lo dimostra [vedi a lato].

Benozzo ebbe un'idea geniale, oggi diremmo da "Opinion Maker".

Piazzò il bue e l'asinello nella scena; così anche la levatrice che sorregge Francesco appena nato ricordava un po' più da vicino Maria Salome, la levatrice di Cristo. La nascita di Francesco diventava così un doppione della Natività di Cristo.

Cosa c'entrassero un bue e un asino all'interno di un sontuoso palazzo signorile, è proprio una bella domanda!

giovedì 19 dicembre 2013

Il santuario del Bagno a Deruta e la Madonna 'quercificata'...


Di santuari mariani, in Umbria, c'è l'imbarazzo della scelta.

Ma nessuno credo sia più utile della Madonna del Bagno a Deruta per indagare un culto tutto contadino.


Il culto nasce nel Seicento, narra la leggenda, quando la moglie di un devoto, tal Christoforo Merciaro di Casalina, tornò in vita dopo che il marito -disperato- chiese la grazia ad una tazzina con la devota immagine della Madonna con il bambino che lui stesso aveva fissato qualche tempo prima al ramo di una "cerqua". Racconta la Historia del Santuario conservata all'abbazia perugina di San Pietro che...

l'anno 1657 Christofano di Francesco, merciaio di Casalina, mosso da zelo di pietà à trovar modo consistente per la fermezza nel primiero luogo alla Sacrata effigie, raccoltala da terra, risolse di portarla seco, come fece, alla propria casa, donde prese due chiodi, la riportò, e fermò con essi trà i due rami biforcati della quercia, dove fu situata primieramente dal sudetto Padre Francescano [un certo Pietro Bruni, minore perugino, n.d.a.]. Compiacendosi la Vergine Sacrosanta di sì religiosa attione, ha voluto compensarla benignamente, facendo il primo detto Merciaio à riceverne gratioso benefitio in persona della sua moglie, ridotta all' estremo della vita, e restituita quasi subito in Sanità.

Da quel momento si moltiplicarono i prodigi tanto che chi fa visita oggi al santuario, abbarbicato su un colle detto del Bagno, lo troverà tappezzato di ex-voto in ceramica. Ex-voto che ripropongono tutti la stessa immagine: una Madonna con bambino incorniciati nel vischio. La formella più antica è incastonata entro un'edicola lignea dorata [vedi sotto].


Chi ha letto Il culto proibito della Dèa, sa che questa Madonna 'quercificata' non è affatto un caso eccezionale.

I santuari mariani che associano ai poteri della Madonna questo o quell'albero si sprecano, e dimostrano il sincretismo tra il culto mariano di matrice cristiana e il paganesimo latente nelle campagne ancora nel Seicento. Questo sincretismo solo agli osservatori più ingenui sembra un retaggio remoto del passato.

In realtà la Chiesa ancora oggi incentiva, specie nel contado, certe forme di devozione fitomorfica. Lo provano le innumerevoli Madonne del faggio o dell'olmo sparse qua e là sul territorio. Lo provano a Deruta le decine e decine di ceramiche più recenti e un santuario gestito direttamente dalla Diocesi a cui i devoti accorrono a frotte.

Cosa importa poi fare astruse dietrologie storiche sul culto pagano degli alberi?

A noi illuministi sapientoni non ci resta che raccogliere i cocci rotti di Voltaire!

venerdì 6 dicembre 2013

La vecchia da segare a tutti i costi:
riti di Morte e di Rinascita
nella Bella Addormentata.


La vecchia Regina.

Il racconto della Bella Addormentata si chiude proprio con l'uccisione della megera. Su questa vecchia decrepita trionfa la Bella per congiungersi al suo bel Principe.

Pochi sanno però che l'uccisione della vecchia non è affatto un racconto di fantasia. Nel mondo contadino, in ogni angolo d'Europa, si uccideva la vecchia. Era un antico rito propiziatorio che si consumava nelle città come nei paesi, per sconfiggere il gelo dell'Inverno.

" Le gelosie e le atroci trovate della strega malefica non potevano d'altronde avere successo; la fatalità che presiede al corso delle stagioni e dell'anno guida la danza. La nuova lotta si prolungherà dall'Epifania fino alla Domenica delle Palme e a volte anche fino alla settimana santa, ma alla fine la vecchia sarà messa a morte, segata, bruciata e gettata nell'acqua durante la Quaresima*."

Proprio Segare la vecchia è una festa italiana molto sentita, festa che ci viene raccontata nei fogli volanti collezionati per tutta la prima metà del '900 dal bibliofilo romagnolo Carlo Piancastelli, e oggi conservati presso la Biblioteca di Forlì.

La collezione ospita delle vere primizie**, come questo 'passaporto' per andare a segare la Vecchia a Forlimpopoli, a dir poco esilarante. Chi partecipava alla festa era invitato a scrivere le proprie generalità nel foglietto...


Il Sega la vecchia era un rito sentito anche nelle campagne umbre. Fu praticato fino alla metà degli anni '50; su di esso perfino la Rai trasmise un film. Nei dintorni di Perugia, nel periodo di Quaresima, attori dilettanti rappresentavano il "Sega la vecchia", un'antica farsa del canovaccio tradizionale. Scopo del film?
Documentare una cerimonia di cui il boom economico stava sancendo l'estinzione.

Ma la vecchia si segava un po' in tutta Europa, come ci documenta questo dipinto di Goya dal titolo invitante: Parten la Vieja.



La storia continua nel nostro ultimo libro, La Bella Addormentata e le sue Sorelle.

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* Pierre Saintyves, La Bella Addormentata nel Bosco o il sonno del nuovo Anno in La Bella Addormentata e le sue Sorelle, Eleusi 2013, p. 79.

** Qualche notizia in più sui fogli volanti di Forlimpopoli raccolti dal bibliofilo Piancastelli, qui.

martedì 26 novembre 2013

I devoti di San Valentino e il corteo di Cenerentola



Cos'hanno in comune la fiaba di Cenerentola e il culto di San Valentino?

Apparentemente, nulla.

Complichiamo ancora un po' le cose.
La foto d'epoca che vedete sopra fu scattata nel 1909 a Chalon-sur-Saône, paesino della Borgogna. In primo piano sfila il carro trionfale della Regina della Mi-Carême, che se ne sta assisa sul trono assieme alle sue damigelle. La Mi-Carême, il Carnevale di Parigi, è una festa sentita tutt'oggi. Una festa in cui anticamente veniva eletta la Regina dei lavatoi, in poche parole la regina delle straccione!

Era chiamata Regina di mezza Quaresima proprio dal periodo in cui veniva consacrata. Un periodo liturgico di sacrifici e di purificazione, l'anticamera della festa cristiana più sentita di Primavera, la Pasqua.

La Reine era emblema della rinascita primaverile, l'avvento del nuovo anno che propiziava gli amori dopo le gelate invernali.

Un bellissimo affresco di Francesco del Cossa dal Palazzo Schifanoia di Ferrara ci regala la stessa immagine qualche secolo prima, in pieno Rinascimento [sotto]. Nel mese di Aprile, la dèa Venere avanza su un carro trainato da due cigni; intorno alla dèa si consumano gli amori.


Amori che per tradizione popolare non iniziano ad Aprile, bensì due mesi prima. Il 15 febbraio, festa di San Valentino.

Fin dal MedioEvo i fidanzati si congiungevano in questa data affinché Valentino portasse loro nei due mesi seguenti i frutti dell'Amore.

Il trionfo primaverile di Venere, quindi, dipendeva implicitamente dalle cerimonie in onore del santo. Le feste Valentiniane tutt'ora si tengono il 15 febbraio così come si tenevano nella stessa data altre cerimonie propiziatorie dell'antica Roma, i Lupercalia.
Le feste agricole in onore di Luperco servivano nel mondo contadino a chiedere la salute del bestiame (pecore e capre) e la sua protezione per tutto l'anno. I sacerdoti si cospargevano di grasso e si coprivano il volto con una maschera di fango.
Era un rito espiatorio di purificazione che preparava i devoti alla rinascita dell'anno.

Torniamo alla Regina di mezza Quaresima.

È dalle ceneri quaresimali che deriva con tutta probabilità il mito di Cenerentola, la sguattera sposa del Re. Una sottile linea rossa unisce la sua storia all'incoronazione della Reine a mezza Quaresima nel Carnevale di Parigi.

Una linea sottile che attraversa riti remoti di purificazione, dal mondo romano al calendario cristiano. Questi riti poi hanno preso direzioni diverse.

In parte sono rimasti delle feste sacre; in parte si sono cristallizzati nei racconti degli scrittori pagani. Altri invece sono diventati delle innocue favolette, proprio come la storia di Cenerentola.

Sta a noi trovare il nesso tra un santo leggendario, che si venera ancora oggi, ed una reginetta delle Fiabe.

Nota ------------

P.s. Il primo ad accostare le feste Valentiniane alla storia di Cenerentola fu il libraio parigino Pierre Saintyves.
Per chi è interessato, la storia continua ne La Bella Addormentata e le sue Sorelle.

domenica 10 novembre 2013

Quando si adoravano le Fate...


Il tardo Ottocento prima, con le sue fate melense alla Arthur Rackham, e la Disney poi, coi suoi cartoon edulcorati, ci hanno fatto il lavaggio del cervello. Poco ma sicuro.

Come spiego nel nuovo libro, le Fate che presidiavano gli anfratti delle foreste fin dal mondo antico erano oggetto di culto.

I loro poteri erano analoghi a quelli delle dèe levatrici del mondo classico come Ilizia; assistevano alla nascita degli eroi e infondevano loro ricchi doni. Ma bisognava fare molta attenzione a non scatenare la loro ira, potevano infatti vendicarsi di uno sgarbo ricevuto, anche il più piccolo.
Nelle fiabe popolari, che non sono limitate come alcuni credono oggi a Perrault o ai fratelli Grimm, questo antico monito superstizioso è molto chiaro. Prendiamo le Fiabe Umbre:

"C'era una volta un re e una regina che erano molto infelici perché non avevano figli. Perciò decisero di chiamare a palazzo tutte le fate del regno per avere un aiuto e finalmente ebbero una bella bambina. Si organizzò a corte una grande festa e la tavola fu apparecchiata con posate d'oro. Furono tanti però gli invitati e le posate d'oro non bastarono per tutti tanto che a una vecchietta toccarono le posate d'argento. Dopo il pranzo gli invitati si avvicinarono alla culla della bambina per augurarle ogni felicità e ogni bene (...)"

La vecchietta ovviamente al momento di fare il suo augurio alla bambina non dimenticò lo sgarbo delle posate d'argento.

Sarà un caso? Nell'Italia centrale, il bosco più famoso abitato dalle Fate è il Santuario francescano della Verna.
Proprio quello in cui Francesco d'Assisi ricevette le stimmate.

Lo attribuisce alle Fate una tradizione popolare molto sentita che campeggia pure in alcune guide turistiche (La Verna : guida al Sacro Monte, Edimond 2000, pp. 46-48).

Ma chi si reca oggi alla Verna scoprirà che la devozione cristiana si è sovrapposta in tutto all'antico culto delle Fate, fino a penetrare nelle cortecce degli alberi (!). Ce lo mostra efficacemente un'incisione di Jacopo Ligozzi risalente al 1612.


L'albero su cui la Vergine Maria apparve appollaiata come su un trespolo al Beato Giovanni della Verna fu consacrato al culto cristiano, ricavando una curiosa nicchia devozionale all'interno della sua corteccia. La storica cappellina del Beato Giovanni nell'incisione di Ligozzi compare sullo sfondo, come se fosse un dettaglio secondario.

E se quella Madonna apparsa al Beato Giovanni all'inizio del Seicento fosse stata in origine proprio una Fata?


*Il testo delle Fiabe Umbre consultato è quello edito da Mondadori nel 1988 a cura di Valerio Volpini, p. 49.

domenica 3 novembre 2013

UmbriaLibri 2013: la morte rituale di una Bella


Avete impegni per sabato prossimo?
Bene, annullateli!

Sabato 9 alle ore 17:00 presentiamo a Palazzo della Penna di Perugia il nuovo libro sul culto delle Fate e i malefici della stregoneria nel racconto della Bella Addormentata.

Lo spazio che ci è stato assegnato nell'ambito di UmbriaLibri 2013 è la Sala delle Visioni.

Ci porterà fortuna? Chissà... Il nome delle Visioni certo non promette male.

martedì 29 ottobre 2013

Il maleficio degli arcolai


Spesso le immagini legate ad una forma di conoscenza primitiva traducono i concetti meglio delle parole.

È il caso di questa splendida miniatura tratta dal Livre des échecs amoreux, prezioso manoscritto della metà del '400.
Le tre temibili Parche della mitologia romana filano la vita dei comuni mortali; la terza, a destra, dipinta come uno scheletro (che coincide con la tremenda Atropo greca) recide il filo con la sua lancia affilatissima.

La pittura, che a noi sembra solo decorativa, è un prodotto colto dell'umanesimo francese, ma a ben guardare ci tramanda una paura atavica dei popoli europei. La paura che una lancia (o un fuso) potesse recidere il filo della vita e porre fine con un tocco solo al fiore degli anni.

Questa paura ancestrale fu esorcizzata per secoli tanto che fino al MedioEvo serpeggiarono in tutta Europa le scaramanzie e gli scongiuri.
Pierre Saintyves ce ne racconta qualcuno a proposito degli arcolai che cito volentieri dall'ultimo libro sulla Bella Addormentata...

« In Scozia la rocca del fuso non deve essere portata per nessun motivo da un lato all’altro della casa durante il Natale. A Natale non si deve filare neanche a Corgorff; il divieto si stende da Natale al primo dell’anno a Cawdor e a Portknockie. Ad Aberchirder la filatura è proibita da Natale alla Candelora. Durante la settimana di Natale non deve lavorare nessuna conocchia in Danimarca; se si osserva questa proibizione, le oche non avranno problemi alla testa e saranno preservate dal capostorno. Se si fila il giorno di Natale, l’attacco dell’aratro va in pezzi. [...]

Gli abitanti di Poitiers sono convinti che ci si filerà il proprio sudario, se si fila la sera della messa di mezzanotte, mentre sulla Montagna Nera si crede che ci si attiri la mala sorte filando canapa o cotone durante la settimana di Natale.

Tutti questi divieti non sono evidentemente che le sopravvivenze di un rituale magico o magico religioso nel quale la Bella addormentata nel bosco interpretava il ruolo principale. »

Il filare e il pungersi sono strettamente legati nella storia della Bella Addormentata, e probabilmente lo erano anche nella scaramanzia popolare. Nei periodi sacri dell'Anno le donne dovevano stare lontane dalle conocchie, a pena anche della loro vita; la Bella Addormentata è forse un residuo proprio di questa superstizione.

P.s. Per i bibliofili irrudicibili, Le Livre des échecs amoreux è scaricabile interamente dal sito della Bibliothèque Nationale de France direttamente qui.

C'è poco da fare! In quanto a valorizzazione del patrimonio librario, abbiamo tanto da imparare dai nostri cugini francesi...

martedì 22 ottobre 2013

La Bella Addormentata e i divieti della Stregoneria contadina


Perché la Bella?

I professori di lettere non ci mettono molto a spiegarlo.
Un artificio letterario. Un artificio che da Basile ai fratelli Grimm, gli scrittori di mezza Europa si passarono per secoli di mano in mano.

Ma davvero la Bella che cade morta puntasi con un fuso e il cavaliere che attraversa l'intrico di una foresta per risvegliarla, sono solo il frutto del calamaio del segretario del Re Sole Charles Perrault ?

Agli inizi del '900 Pierre Saintyves, pseudonimo misterioso del libraio massone parigino Emile Nourry, pubblicò una serie di articoli che rovesciavano tutte le teorie letterarie sulle fiabe.

L'analisi comparata di miti e racconti, dall'Edda germanica ai canti trobadorici, dimostrava che la storia della Bella era ben più antica di Perrault o dei Grimm.
La Bella, Cenerentola e Cappuccetto Rosso appartenevano a tradizioni popolari ancestrali.

Saintyves la disse grossa.

La Bella Addormentata anticamente era un personaggio liturgico che apriva e chiudeva i misteri di precise cerimonie stagionali. Cerimonie che si festeggiavano in tutto il mondo pagano per scacciare le tenebre dell'Inverno e propiziarsi la rinascita della Primavera.

Secondo Saintyves la Bella Addormentata nel Bosco faceva parte di veri e propri commentari sacri, che servivano ad istruire i devoti pagani al culto delle Fate e a proteggerli dal potere infausto che la superstizione contadina attribuiva agli arcolai. Non a caso le fate nelle chanson de geste, così come le Parche nella mitologia romana, assistevano al parto degli eroi per infondere al nascituro i loro doni. Dimenticarsi di riverirle era una colpa gravissima che poteva scatenare la loro ira.

E poi c'era il potere infausto degli arcolai, capaci a Natale di spezzare con le loro ruote vorticose il flusso dell'anno e d'imporre un inverno perenne; un potere che nelle credenze della stregoneria si trascinò dal mondo romano antico fino al nostro MedioEvo.

Saintyves riportò a galla queste leggende intrise di superstizione, dimostrando una tesi che di primo acchito sembrebbe delirante.

E delirante sembra pure la traduzione di uno studio del genere, mai edito prima in Italia.

Ma sono convinto che per i lettori di questo piccolo libro, la Bella Addormentata diverrà un racconto molto meno innocuo di ciò che comunemente si pensa.


Se vuoi consultare l'Indice e le prime pagine del lbro, clicca qui.

giovedì 3 ottobre 2013

Assisi, 4 ottobre: il volantinaggio negato



Non so come voi la pensiate. E confesso, a bassa voce, che non me ne frega nemmeno più di tanto.

Premetto che sono un pessimista irriducibile. Uno di quelli che ha smesso di credere da tempo immemore nella redenzione degli uomini.
Un riprovevole post-ideologico, insomma.

Esistono però delle persone più illuminate di me [o forse solo più deliranti di me] che credono ancora a qualcosa.
Al fatto che certi ideali non si vendono per un piatto di minestra; che anzi vale la pena lottare per affermarli, anche a costo d'ingaggiare una lotta grottesca contro i mulini a vento.

Ebbene, a quelle persone è stato negato di farlo.

Nientemeno che dalla democratica Questura di Perugia, la quale ha negato all'Associazione Civiltà Laica di Terni e all'Associazione degli Atei e degli Agnostici lo spazio per tenere un innocuo volantinaggio in difesa della laicità dello Stato, oggi, in occasione della visita di Papa Francesco ad Assisi.

La motivazione ufficiale non potrebbe essere più nobile: garantire l'incolumità fisica dei manifestanti. Così nobile che fa anche un po' ridere.

L'incolumità di 4 gatti e un topolino è a rischio. I 4 gatti sono pregati di restarsene a casa, e magari anche di avvisare il topolino.

Ripeto: non credo che un volantinaggio avrebbe mosso qualcosa. Sono un nichilista troppo radicale -ahimé- per confidare nella salvezza del Genere umano.
Tutt'al più gli autori del volantinaggio suddetto sarebbero stati presi a pomodori. E buonanotte.

Ma un diritto è stato leso.

Fatevi convincere da uno che non crede più a niente.

lunedì 30 settembre 2013

Una guardia armata per il Povero di Dio.
Riflessioni intorno ad un affresco
dalla chiesa di San Fortunato a Todi.


San Francesco aveva la 'scorta'?

Qualcuno penserà che sia una domanda assurda, fuori luogo.
Eppure un leader carismatico come lui, capace di mandare in delirio la folla con le sue prediche, doveva pur averne una.


Le fonti in nostro possesso, sempre abbottonatissime, ogni tanto lasciano filtrare qualche indizio. Leggete bene.

"Una volta si doveva tenere il Capitolo presso Santa Maria della Porziuncola. Mentre era imminente il tempo fissato, il popolo di Assisi osservò che non vi era un'abitazione adatta e, all'insaputa dell'uomo di Dio assente in quel periodo, costruì una casa per il Capitolo, nel minor tempo possibile. Quando il padre ritornò, guardò con meraviglia quella casa e ne fu molto amareggiato e addolorato. Subito, per primo, si accinse ad abbatterla. Salì sul tetto e con mano vigorosa rovesciò lastre e tegole. Pure ai frati comandò di salire e di togliere del tutto quel mostro contrario alla povertà. [...]

E avrebbe demolito dalle fondamenta la casa, se i soldati presenti non si fossero opposti al fervore del suo spirito, dichiarando che apparteneva non ai frati, ma al Comune.
" (ff 643)

Di aneddoti così nella Vita Seconda di Tommaso da Celano ce ne sono a bizzeffe, anche più comici.

Ma chi sono i cavalieri di cui si parla alla fine?
Il Capitolo della Porziuncola del 1221 fu un evento colossale che mobilitò qualcosa come tremila frati da tutte le province. Considerando pure il calore con cui gli assisani seguivano sempre le gesta del loro beniamino, è facile pensare che attorno alla Porziuncola in quei giorni ci fosse qualche problemuccio di ordine pubblico.

Il Comune di Assisi sembra gli perdonò la scenata delle tegole.
Specie perché gli assisani avevano il terrore, quando Francesco era in punto di morte, di lasciarsi sfuggire la reliquia di serie A, quell'unghia di Padreterno a cui brindano ancora oggi i ristoratori di Assisi.
Leggete questa.

"Mentre Francesco, pieno di malattie e quasi prossimo a morire, si trovava nel luogo di Nocera, il popolo di Assisi mandò una solenne deputazione a prenderlo per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell'uomo di Dio. I cavalieri, che lo trasportavano a cavallo con molta devozione, raggiunsero la poverissima borgata di Satriano [...]" (ff 665)

C'è da chiedersi quante altre volte il Comune di Assisi avrà sborsato soldi per assicurare la scorta al Povero di Dio.

Le fonti, come al solito, non ci concedono altro.
Ma vedere i soldati che presidiavano il corpo di Francesco morente per non farselo rubare è più facile di quanto non si creda.

Basta andare al Tempio di San Fortunato di Todi dove, in una cappella laterale che ospita affreschi del Trecento, si è conservata proprio questa scena [vedi sopra].

Quindi i poveri possono avere un trattamento esclusivo come i VIP?
Ebbene sì. Purché siano anche santi...

giovedì 15 agosto 2013

San Francesco e l'epurazione dei frati dissidenti


Giovanni da Campello:
alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare.

Fu il quarto frate che si aggregò a Francesco, aderendo ad un progetto di vita rivoluzionario; sul suo conto le fonti francescane sono così sprezzanti da incuriosirci, una volta tanto!

Dopo aver tratteggiato i profili serafici dei primi tre frati (Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani, Egidio) ecco spuntare la pecora nera che non ti aspetti: Giovanni da Campello o della Cappella. La storia riprovevole di questo frate è contenuta in una manciata di frammenti, in apparenza slegati uno dall'altro. Leggiamo il primo*.

"[...] E come un de' dodici apostoli, il quale si chiamò Iuda Scariotto, apostatò dello apostolato, tradendo Cristo, e impiccossi se medesimo per la gola; così uno de' dodici compagni di santo Francesco, ch'ebbe nome frate Giovanni dalla Cappella, apostatò e finalmente s'impiccò se medesimo per la gola. E questo agli eletti è grande esempio e materia di umiltà e di timore, considerando che nessuno è certo perseverare infino alla fine nella grazia di Dio."
(Incipit dei Fioretti, ff 1826)

Che dire? Sembra quasi che l'anonimo autore dei Fioretti abbia scritto un monito contro i frati traditori. Ma qual era il vero 'peccato' di frate Giovanni?
Sempre i Fioretti, che in genere sono così generosi nel regalare aneddoti stucchevoli, ci tramandano una profezia di Francesco che ha dell'inquietante.

"Sicuramente, come santo Francesco conoscesse li difetti de' frati suoi, sì si comprendé chiaramente in frate Elia, il quale spesse volte riprendea dalla sua superbia [Elia non a caso sarà scomunicato nel 1240!]; e in frate Giovanni della Cappella, al quale egli predisse che si dovea impiccare per la gola se medesimo [...]" (ff 1865)

Immaginare il poverello serafico predire una cosa del genere ad un suo compagno con la freddezza di una Pizia è un po' inverosimile.
Un testimone oculare, frate Giordano da Giano, nella sua Cronaca ci aiuta a capire qualcosa di più su questa storia torbida.

[Francesco è in Egitto a predicare il Vangelo, quando un'indovina predice ai frati che la fraternitas in sua assenza si sta sfaldando.]

"Ritornate! Ritornate! perché per l'assenza di frate Francesco l'Ordine è turbato, si divide e si disperde. E questo rispondeva a verità. [...] Così anche frate Giovanni da Campello, raccolto un gran numero di lebbrosi, di uomini e di donne, uscì dall'Ordine e volle farsi fondatore di un nuovo Ordine; stese una regola e per farla approvare si presentò con i suoi seguaci alla Sede apostolica. [...] Il beato Francesco, presi con sé frate Elia, frate Pietro Cattani e frate Cesario [...] e altri frati, se ne tornò in Italia. E qui, dopo aver capito più a fondo le cause dei disordini, non si recò dagli agitatori, ma dal signor papa Onorio. [...] Avendo dunque riferito al Signore di Ostia, suo papa [il cardinale Ugolino, protettore di Francesco], le cause del suo turbamento, egli immediatamente revocò la lettera a frate Filippo, e frate Giovanni con i suoi fu vergognosamente espulso dalla Curia. E così, con il favore di Dio, i turbolenti furono subito calmati e il beato Francesco ristrutturò l'Ordine secondo i suoi ordinamenti."
(ff 2335-2337)

Quando il gatto non c'è i topi ballano, viene da dire.
Viene anche il dubbio che la scomunica di frate Giovanni e la sua impiccagione fossero due eventi correlati. Di più, consequenziali.

Certo Francesco sapeva bene come si reprime il dissenso, forte di amicizie influenti contro cui delle scalcinate comunità di lebbrosi niente potevano. Di più sul conto del misero frate Giovanni non si può dire, troppo lacunose le fonti in nostro possesso.

Ciò non toglie che sarebbe molto gustoso immaginare un film sul Poverello serafico che inizi proprio da qui, dall'impiccagione di Giovanni della Cappella.

Accantoniamo i sogni e pensiamo alla cruda realtà!


*Tutti i passi citati, ed ancora altro materiale, sono riportati nel saggio Le stimmate dello Sciamano, Eleusi 2010, pp. 183-188.

domenica 23 giugno 2013

Il Cristianesimo: un culto inventato a tavolino?


Con (abominevole) ritardo, pubblico un frammento della presentazione de "Il Culto proibito della Dea" tenutasi qualche tempo fa presso l'Associazione Porta Santa Susanna.

Ho scelto di tagliare tutta la parte del monologo iniziale, senza immagini essendo un Audio, a dir poco soporifera...
Il dibattito muove dalla mia provocazione: il Cristianesimo fu un culto inventato a tavolino?
Considerando i suoi santi misteriosi capaci di sopravvivere praticamente a tutto, che tanto somigliano agli dèi pagani;
considerando le mostruose Madonne tricefale e le Madonne sanguinolente;
considerando le sante senza occhi o senza seno o senza mani:

io credo proprio di sì.

Di diverso avviso una parte del pubblico, alcuni perfino avvelenati per la messa in discussione delle mitologie cristiane (!).

Chi vuole, può farsi un'idea del "dibattito" clickando qui...

[Sopra, La dea Tyche turrita che tiene in braccio Plutone,
Museo Archeologico di Istanbul, II secolo d.C. Questa scultura in marmo che proteggeva la sorte delle città che si appellavano alla dèa e al signore dell'Oltretomba, è forse l'antenata più vicina delle tante Madonne con Bambino che oggi troviamo nelle chiese.]

giovedì 23 maggio 2013

Quando san Francesco non era il Re degli stregoni: due passi al Santuario della Madonna delle Grazie di Rasiglia...



Sfatiamo un mito: l'Umbria non è tutta francescana.

Specie lassù, sui monti dell'Appennino umbro-marchigiano, dove ancora a metà Quattrocento sopravvivevano superstizioni legate a santi leggendari.

Come al Santuario della Madonna delle Grazie di Rasiglia, sulla strada che da Foligno s'inerpica per Colfiorito.
Un santuario di frontiera conteso per secoli da fazioni armate in lotta tra loro, che nel luogo sacro si sarebbero riappacificate grazie alla mediazione di un angelo...


La chiesa deve le sue fortune alla scoperta di una statua prodigiosa della Madonna agli inizi del '400.
Non una Madonna come tutte le altre!
Quella di Rasiglia è una Virgo paritura (cioè una Vergine con il pancione), che proteggeva dalle insidie del parto le sue devote.
Molti ex-voto sulle pareti della chiesa sottolineano il concetto...




E le magie dello stregone di Assisi, che fine hanno fatto?

In questo santuario non c'è alcuna traccia di san Francesco!
Strano a dirsi perché i popoli che abitavano questi monti ad una manciata di chilometri da Assisi, erano parenti di quei contadini e di quei pastori che alla Verna avevano acclamato l'uomo in grado di parlare agli uccelli e di risanare le vacche.

Al Santuario di Rasiglia invece c'è un campionario ricchissimo di altri santi contadini, così radicati nella cultura popolare che le origini del loro culto si perdono nelle nebbie del tempo. A cominciare da sant'Antonio Abate [sopra], l'eremita protettore dei maiali, maiali che gli Ospitalieri allevavano per curare con il loro grasso i famosi fuochi di sant'Antonio.

E come Sant'Antonio, non poteva mancare sulle pareti del santuario un altro dio taumaturgo, il colosso di san Cristoforo, la cui immagine portentosa risanava gli appestati (o almeno si credeva capace di farlo!)...


Ma la divinità che c'incuriosisce di più, non foss'altro perché prima d'incontrarla qui non ne avevamo mai sentito parlare, è sant'Amico di Rambona.



Abate marchigiano vissuto intorno all'anno Mille, si narra che avesse addomesticato un lupo nel bosco per fargli trasportare la legna nel monastero [sopra, particolare con il lupo quasi stremato].

Il MedioEvo è pieno di santi che addomesticano lupi nascosti nelle oscurità del bosco, Sant'Amico insomma era in buona compagnia.

Qui sulle pareti del Santuario è raffigurato ovunque, addirittura due volte ai lati del trono in un affresco con la Maestà [sopra].

Nessun riferimento all'addomesticatore di lupi per eccellenza: san Francesco.

Non sarà che abbiamo un'idea un po' troppo vaga delle superstizioni medievali?


Note ---

* Gli affreschi del Santuario sono tutti anonimi.
* Se v'interessa saperne di più, nel libro sul culto di San Cristoforo dedico una sezione a parte alla sua storia.

martedì 19 marzo 2013

Da Imbolc all'Annunciazione di Maria: le feste per la nuova nascita del Sole.



Tutta la vita medievale trasuda di devozione.

Dagli scranni più alti del potere civile fino alle bassezze della vita contadina, il MedioEvo cristiano è infarcito di processioni propiziatorie. Una miniatura della Matricola del collegio dei Notai di Perugia ce ne racconta una nei dettagli, tamburello e trombettieri compresi!
La scena si svolge in uno spazio immaginario: potrebbe essere una processione qualsiasi tributata a qualsiasi santo/santa. E invece no. Nel verso del foglio campeggia miniata la scenetta dell'Annunciazione di Maria [sotto]. Si tratta senza troppi dubbi della processione che si teneva alla vigilia del 25 marzo, festa appunto dell'Annunciazione di Maria ma anche di qualcos'altro che il MedioEvo idolatra ha rimosso.


Di sicuro l'uso delle luminarie era molto più antico. Il rito della benedizione delle candele a Candelora (2 febbraio) per accogliere il Cristo nascente riecheggiava la festa celtica di Imbolc (1 febbraio) in cui si accendevano candele e lumini per evocare l'allungarsi delle giornate nell'attesa dell'Equinozio di Primavera. La festa equinoziale che cadeva il 21 marzo doveva essere celebrata in modo analogo visto che la Chiesa medievale sovrappose alle celebrazioni di Imbolc la festa della Purificazione della Vergine (altrimenti detta Candelora), e al 21 marzo fece seguire le processioni per l'Annunciazione di Maria.

Tutto questo rompicapo di date e processioni a lume di candela non deve confonderci le idee. Le candele brandite dai notai perugini sicuramente erano consacrate alla Vergine Maria e non al nuovo sole che di lì a poco sarebbe rinato.

Ma il MedioEvo fu un'epoca troppo idolatra per non sospettare che quelle luminarie celassero riti ben più antichi.

--- Bibliografia ---

Le due miniature dell'Invocatio a Maria sono probabile opera di Vanni di Baldolo e si trovano custodite presso la Biblioteca Augusta di Perugia. Cfr. Marina Subbioni, La miniatura perugina del Trecento, Perugia, Guerra Edizioni, 2003, p. 157.
Cfr. Il notariato a Perugia, a cura di Roberto Abbondanza, Roma 1973, pp. 87-88.