giovedì 1 maggio 2014

I dèmoni che vide San Francesco:
due mascheroni demoniaci
alla Pieve di San Gregorio a Castel Ritaldi

Come immaginavano i dèmoni Francesco e i suoi coevi?

Ad una domanda così eccentrica sembrerebbero esserci delle risposte solo nel recinto della fantasia.

Se siete di questo avviso, v'invito a fare due passi alla Pieve di San Gregorio di Castel Ritaldi, accastellamento vicino alle carducciane Fonti del Clitunno.


La Pieve dista appena un chilometro dal borgo di Castel Ritaldi e sorse intorno all'anno Mille (la prima data certa è il 1066, quando la chiesa fu annessa al capitolo della cattedrale di Spoleto).

Come altre pievi, oggi ha perso ogni importanza ed è raro trovarla aperta, ma fino al 1828 questa era addirittura la chiesa parrocchiale di Castel Ritaldi.

Secondo Mario Sensi, San Gregorio nel MedioEvo era il vero centro economico e religioso di tutto il territorio. Ciò che campeggiava sulla facciata della chiesa era, diremmo noi oggi, 'sotto gli occhi di tutti'.

A cominciare dal portale, un delizioso romanico spoletino con un intrico di tralci d'uva che scaturisce dalla bocca del leone, entro cui Sansone doma la belva aprendone le fauci a mani nude (notare la scritta Leo et Sanson che corre sulla formella!).

Ma ciò che si trova sopra il portale è, di gran lunga, la vera chicca.


Due dèmoni incombono, con le relative iscrizioni che li nominano: PAMEA e GENOPHALUS INFERUS.
I due dèmoni sono fronteggiati dai profeti Geremia ed Ezechiele che li controllano a vista. Il tutto era sormontato dalle raffigurazioni dei quattro Evangelisti di cui è rimasta solo l'Aquila di Giovanni.


L'interpretazione di questi due mascheroni ci pone più di un dubbio.
Da dove vengono anzitutto?
Sono due teste di reimpiego?
Facevano parte già in origine della facciata?

Nel romanico assemblare frammenti lapidei di origine diversa più che una pratica, era un'abitudine.
Ma quanto erano familiari questi due dèmoni alla popolazione indigena?
Dare risposte a queste domande è quasi impossibile, l'iconografia ci viene poco in aiuto e ancora meno l'esegesi.

Resta l'aspetto inquietante dei due dèmoni.
E se non fosse che siamo andati a fargli visita la loro effigie si potrebbe confondere con quella di altri mascheroni demoniaci dell'antica Roma o dell'Estremo Oriente.

Di una cosa però possiamo essere certi: i dèmoni che tormentavano il popolo superstizioso che acclamò San Francesco, erano molto simili a questi.

--- Bibliografia ---

Il primo ad aver citato la Pieve con tanto di Prospetto fu l'architetto Ugo Tarchi nella sua monumentale opera L'arte nell'Umbria e nella Sabina, volume II, Tav. CXXXV, Fratelli Treves, 1937.
Tarchi fu -ahimé!- anche uno dei pochi ad interessarsene.

Tre comuni rurali e i loro statuti, Nota Introduttiva a cura di Mario Sensi, XXXI, Perugia, Editrice Umbra Cooperativa, 1985.

Bernardino Sperandio, Chiese romaniche in Umbria, Quattroemme, Perugia 2001, pp. 54-55.

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