giovedì 24 dicembre 2015

Boschi sacri:
l'ascia di san Felice
all'abbazia di Sant'Anatolia di Narco

In un vecchio post, Francesco, lo stregone che piantava gli alberi, raccontavo che i monaci nell'Alto Medioevo furono prima di tutto dei feroci disboscatori.

Una traccia preziosa è sopravvissuta sulla facciata della chiesa abbaziale di San Felice a sant'Anatolia di Narco, un piccolo capolavoro del romanico spoletino.


Sotto il rosone, un fregio riporta due bassorilievi con i miracoli compiuti da san Felice: la resurrezione del figlio di una vedova e l'abbattimento a colpi d'ascia di un temibile drago, colto proprio mentre esce dalla sua tana...


L'arma usata dal santo è molto eloquente: ci racconta come i monaci attuarono la famigerata 'bonifica benedettina' per estirpare il paganesimo nelle campagne.

L'ascia è un indizio prezioso.
Qui intorno doveva esserci un bosco sacro, prima che san Felice facesse il 'miracolo'.

L'interno della chiesa è abbastanza tetro, con una scalinata scenografica che proietta l'altare in un'altra dimensione*.


Passeggiando nella navata emerge qualche tardo affresco superstite.
Ecco di nuovo il nostro povero drago in un ex-voto, trafitto stavolta da san Michele.


San Felice è praticamente sconosciuto alle fonti, eppure anche molto popolare in zona [a due passi si trova il borgo di Castel San Felice!].

Secondo l'agiografo Ludovico Iacobilli, san Felice -da non confondersi con quello dell'abbazia di Giano dell'Umbria!- era un monaco siriano figlio di un certo san Mauro**.

Morì il 16 giugno 535. Nella Cripta della chiesa è conservato il suo sarcofago protetto da una impenetrabile gabbia di ferro.

A vederla da vicino, questo san Felice ci fa ancora un po' paura!


Note

* La scalinata dell'altare di San Felice non è né l'unica esistente in Umbria né la più scenografica!
Ne ho esaminate altre nel post Le scale di Dio: la scena del potere al tempo di san Francesco.

** La testimonianza di Iacobilli è riportata per intero in Abbazie benedettine in Umbria, di Francesco Guarino e Alberto Melelli, Quattroemme 2008, p. 139.

martedì 8 dicembre 2015

Tre malefiche Civette alla Libreria Cavour...

Domenica 19 dicembre alle ore 17 e 30 avrò l'occasione di presentare il libricino Ambarabaciccìcoccò / Tre Civette sul comò : storia di un maleficio presso la Libreria Esoterica Cavour di Perugia.


Credo non ci sia location migliore!
La libreria infatti è a due passi dal Museo Archeologico dell'Umbria, dove si trova un ingrediente preziosissimo per cucire la nostra storia: la collezione degli Amuleti di Giuseppe Bellucci.

Il Bellucci era un medico perugino con la passione per il magico che raccolse ai primi del '900 la più grande collezione di amuleti moderni italiani.

Non fu affatto facile farlo. Molti venditori, sentendolo parlare, erano assaliti dal terrore: un diavolo poteva aver assunto le sue fattezze per ottenere gli amuleti e usarli poi contro di loro!


Nell'introduzione al suo libro sugli amuleti, Bellucci racconta questa storia che oggi sembra assurda:

" Molto spesso ebbi a lottare con quella diffidenza straordinaria, che, volendo raccogliere oggetti di tal genere comunemente s'incontra, avendo a fare con genti sospettose, credule, gelose fino allo scrupolo dei loro sentimenti e dei loro pensieri; con genti paurose, che nella semplice dimanda relativa a determinate credenze, a particolari sentimenti, intravedono il pericolo di esser colpite dai funesti effetti del malocchio, dai malefizi o dalle fatture delle streghe e degli stregoni, dalle astuzie o dalle blandizie del diavolo.

È credenza generale difatti, che le streghe, gli stregoni e i diavoli possano presentarsi agl'incauti sotto le parvenze più belle, più simpatiche, più seducenti; possano presentarsi talora anche sotto la veste di un galantuomo e valersi perfino dell'intermediario di persone generalmente riconosciute, quali esempi di rettitudine e di specchiata onestà!* "

Le civette che si trasformano in aitanti giovani e seducono la figlia del dottore, vi ricordano qualcosa?

---Nota

*Un capitolo di psicologia popolare : gli amuleti, Perugia : Unione Tipografica Cooperativa, 1908, pp. 5-6 (Ristampa anastatica - Il Formichiere, Foligno 2012).

lunedì 9 novembre 2015

Gemellaggi pagani, presentazione ad UmbriaLibri!


Domenica prossima 15 novembre ad UmbriaLibri presso l'abbazia di San Pietro si terrà alle 17:00 la presentazione ufficiale de "L'Origine del culto dei Santi" di Pierre Saintyves, nell'AULA C del suggestivo Chiostro delle Stelle (il terzo chiostro dall'ingresso!).

Coadiuvato dal professor Franco Mezzanotte, mostrerò per l'occasione una serie di 'doppioni' sacri, santi che sembrano dèi ma non lo sono...

Come questa deliziosa Santa Caterina d'Alessandria miniata da Taddeo Crivelli a metà '400, che ha con sè la ruota del martirio.


Il libraio parigino Henri Estienne nel '500 fu il primo a pensare che sotto l'iconografia bizzarra di Caterina d'Alessandria, una santa del tutto leggendaria, si nascondesse la dèa Fortuna e la sua ruota.

In effetti, se prendiamo Evrart de Conty ed il suo Libro degli eccessi amorosi dove è miniata una dèa Fortuna nell'atto di far girare la Ruota, le somiglianze balzano subito all'occhio!


I denti della ruota e l'aureola cucita sulla testa di Caterina sembrano essere gli unici elementi a distinguerla da Fortuna.

Eppure esistono delle raffigurazioni in cui perfino i denti della ruota spariscono e Caterina si ritrova in testa una più regale corona, come in questa miniatura tratta dal Salterio Burnet conservato ad Aberdeen.

Quella di Caterina che trionfa sul nemico pagano sembra più una Ruota simbolica che uno strumento di tortura!



Se il tema vi stuzzica, non mi resta che darvi appuntamento a domenica...

lunedì 28 settembre 2015

Poveri beati & Poveri sfigati:
san Francesco e i suoi 'colleghi' straccioni

Essere poveri è sempre stata una disgrazia?

Diamo un'occhiata a questa bella miniatura tratta dal Libro del Biadaiolo in cui è raffigurato un triste effetto delle carestie:
la Cacciata dei poveri da Siena.



"A Siena nel 1329, dopo la decisione dei Nove di non mantenere più con elargizioni di cibo i poveri della città, scoppiarono violenti tumulti.
[...]
Soffocata la rivolta seguirono una dura repressione con arresti, bandi, torture, impiccagioni, e infine la decisione di cacciare tutti i poveri fuori dalle mura della città*."

In basso a destra un gruppo di straccioni viene sospinto fuori da soldati armati fino ai denti:
un'operazione di Ordine pubblico in piena regola.

Eppure nel MedioEvo fare il povero dava anche accesso a dei veri privilegi.

Un nome a caso:
Francesco di Bernardone, il Re dei poveri benedetto da Dio,
aveva diritto ad un trattamento speciale, sia quando era ospite del potente cardinale Ugolino sia quando soggiornava nei palazzi vescovili
.

Le fonti francescane ce lo ricordano spesso, ma l'aneddoto del piatto al pesce squalo mi ha sempre fatto sbellicare:

"Quando era gravemente infermo nel palazzo vescovile di Assisi, i frati lo pregavano di mangiare.
Francesco rispose: « Non ho voglia di mangiare; se però avessi di quel pesce che si chiama squalo, forse lo mangerei ».

Ebbe appena espresso questo desiderio quando si fece avanti un tale con un canestro dove erano, ben cucinati, tre grandi squali e pasticci di gamberi, che il padre santo mangiava volentieri.
Glieli inviava frate Gerardo, ministro a Rieti.

I frati, ammirando la divina provvidenza, lodarono il Signore che aveva provveduto al suo servo un alimento che, essendo inverno, non era possibile trovare in Assisi
**."

Mi sovviene un dubbio:
il poverello sarà mica morto per indigestione?


Note ---

*Il passo è citato da un bel libro di Arsenio e Chiara Frugoni, Storia di un giorno in una città medievale, Editori Laterza, maggio 2004, p. 80.

**Specchio di perfezione, Capitolo 111 (ff 1811).
Lo stesso aneddoto è riportato nella Leggenda perugina o Compilazione di Assisi (ff 1599).

sabato 5 settembre 2015

L'Origine del culto dei Santi: gemellaggi pagani.

Mi sono sempre divertito a cercare le analogie tra icone cristiane e dèi pagani.
Ora ho raccolto alcuni di questi 'gemellaggi' in un libro.

In occasione della traduzione de "L'Origine del culto dei Santi" di Pierre Saintyves, il gioco è iniziato dalla copertina...


Tutti gli amanti dell'arte fiorentina conoscono l'Ercole che abbatte l'Idra di Antonio del Pollaiolo (sopra).

Viceversa, a pochissimi è noto questo San Michele che abbatte il drago attribuito a Piero del Pollaiolo, fratello di Antonio, eseguito a metà '400 copiando spudoratamente l'Ercole!


Scherzi dell'Umanesimo?

Non proprio.
Cambiare il vestito ad un dio pagano per trasformarlo hic et nunc in qualcosa di 'evangelico' è stata sempre una prassi degli evangelizzatori.

Prendiamo la Trinità cristiana, tre persone in una, un cerebrale paradosso teologico che molti artisti espressero come tre uomini diversi ma perfettamente identici!

Al santuario di Vallepietra nel Lazio è presente una di queste tante immagini di cui qui riporto una stampa.



La triade divina non era affatto sconosciuta agli antichi.

Rimasi di stucco anni fa al Louvre quando vidi questo fantastico altorilievo con la trinità divina adorata a Palmira nel primo secolo...



Al centro Baalshamin, il Signore che governa i cieli.
Alla sua destra il dio Sole Malakbel; alla sua sinistra è invece il dio lunare Aglibol.

Le tre persone divine governano il cielo con attributi diversi, ma sono poste sullo stesso piano perché dotate di poteri equipollenti.

Ne L'Origine du culte des saints Saintyves spiega che il rincorrersi degli dèi per secoli da una sponda all'altra del Mediterraneo diede origine a delle vere e proprie 'mascherate', di cui i nostri leggendari santi cristiani erano solo l'ultima versione.


Come negare per esempio che San Pietro, il custode delle Chiavi della Chiesa, sia una parodia cristiana del dio Giano bifronte, il custode delle porte antiche, raffigurato con le chiavi in mano?



----- Nota

*L'immagine di Giano riportata qui sopra è una xilografia tratta da Vincenzo Cartari, Le imagini degli dei degli antichi, 1608.

**Contro il tempio del dio Baalshamin a Palmira recentemente si sono accaniti i guerriglieri islamici, con una ferocia che ricorda vagamente quella dei cavalieri Visigoti che demolirono il tempio di Demetra ad Eleusi.
Corsi e ricorsi storici...

giovedì 6 agosto 2015

Sulle tracce della dèa Flora
al Tempietto di San Michele Arcangelo.


Quando la calura estiva si fa opprimente una biblioteca ben fornita diventa un'oasi!

Specie se ci si ritrova tra le mani un bel libro come questo:

Commento con figure all'Architettura di Vitruvio in volgar lingua del pittore e architetto Gianbattista Caporali, fresco di tipografia il primo aprile del 1536*.


Al contrario della ricca archittettura classica, l'architettura nell'Alto Medioevo era l'arte del riuso.

Le chiese spesso erano costruite rammendando qua e là pezzi antichi, come un vestito di Arlecchino.

Proprio Caporali, parlando en passant del Tempietto di San Michele a Perugia, ci fornisce una notiziola preziosa per averne un'idea.


Questi capitelli colle colonne loro e di bei mischi e d'altre varie pietre di pregio dure le quali abbiamo e che erano ad un tempio dedicato alla dèa Flora lontano dalla nostra città di Perugia cinque miglia che si dice hoggi il nome del castello di Civitella d'Arno.

Questo Tempio fu guasto [...] e portate le spoglie dentro di Perugia la dove alla porta della Regione Septentrionale ne fu ornata una chiesa ortogona chiamata al presente sant'Agnolo come è notissimo** [...].


Sarà stato pure 'notissimo' ai tempi di Caporali, ma oggi quasi nessuno a Perugia conosce la storia di quelle colonne.



È così che nei secoli bui dell'Alto Medioevo si eressero molte chiese, spogliando templi che non avevano più motivo di esistere.

Per costruire una bella chiesa si smontava pezzo per pezzo un vecchio tempio pagano e il gioco era fatto!

Gli Dèi erano caduti in disgrazia.



Note ---

*Il libro è il prodotto più originale dell'editoria perugina nel '500, zeppo d'illustrazioni su architetture visionarie.
Il contratto di edizione tra l'editore Giano Bigazzini e gli stampatori fu siglato nel 1532 ma l'opera era così impegnativa che il libro uscì solo quattro anni dopo.
Cfr. Andrea Capaccioni, Lineamenti di storia dell'editoria umbra: il Quattrocento ed il Cinquecento, Volumnia, Perugia 1996, p. 49.

**La citazione è tratta dalla pagina 60 verso del libro, di cui qui ho editato la riproduzione.

mercoledì 8 luglio 2015

Il potere del Sangue nelle società primitive
da San Francesco a Jodorowsky

Chi di voi ha visto Santa Sangre?

È un film grottesco (almeno così dicono i Cineasti) girato da Alejandro Jodorowsky nel 1989, pieno zeppo di rimandi al retroterra religioso messicano e a pratiche magiche cruente.

Concha, un'acrobata del circo, è la sacerdotessa di una setta femminile che venera una santa senza braccia, violentata e martirizzata da due banditi.
Le autorità vorrebbero demolire il tempio in cui officia con le sue sorelle per oscenità: interviene il Vescovo.


Concha lo conduce all'interno del santuario dove, al centro di un salone ricoperto da ex-voto, si trova la grande vasca che raccoglie il sangue della santa.



Il vescovo osserva sconvolto gli orridi ex-voto affissi alle pareti e le pitture che illustrano la leggenda della 'santa'.



Poi si china ad esaminare il liquido nella vasca e scopre trattarsi di pittura.
Adirato, esce dal tempio e ordina alle ruspe di demolire tutto senza pietà.


Concha e il suo figlioletto, disperati, si stringono alla statua della santa in un atto estremo di resistenza.



Dietro il loro dramma c'è il problema del sincretismo tra il Cristianesimo ed un culto pagano del sangue più antico.
Un culto a cui la società Razionale moderna non lascia scampo.

Più avanti nel film Fenix, il figlio di Concha, viene iniziato alle pratiche sciamaniche dal padre che tatua a sangue sulla sua pelle un'aquila. Così l'aquila diviene il suo 'animale di potere'.



Jodorowsky conosce per esperienza diretta molte pratiche sciamaniche che nel film cita con disinvoltura, ingannando lo spettatore.

A tratti il film sembra un pulp surrealista.

In realtà, il ferimento rituale è la pratica prima dell'iniziazione sciamanica.
Come scrisse Mircea Eliade, il sangue e la carne dell'iniziato che si è procurato le ferite sono offerti agli Spiriti.

" [...] per entrare in contatto con gli spiriti o per ottenere gli spiriti custodi, l'aspirante si ritira in solitudine e si sottomette ad un rigoroso sistema di autotortura.
Quando gli spiriti si manifestano sotto forma animale, l'aspirante è tenuto a dar loro come cibo la propria carne*. "


Gli sciamani, guai a dimenticarlo, sono esponenti di un mondo preLogico.
La loro esperienza estatica lambisce il confine tra visione e finzione.

Ne La danza della realtà, Jodorowsky spiega bene come tutti gli sciamani facciano ricorso al 'sacro imbroglio'.

" Più tardi avrei scoperto che la menzogna o "imbroglio sacro" come l'ho chiamato, era una pratica usata da tutti i maestri e gli sciamani** ".

In queste pratiche i giochi di prestigio coesistono con le visioni allucinatorie e compongono un mondo che a noi occidentali oggi sembra lontano anni luce.

In realtà il nostro MedioEvo era parte integrante di quel mondo.


La leggenda dell'Impressione delle stimmate sulle carni di san Francesco da parte di una creatura alata che aveva il volto di Cristo, non è altro che la cristianizzazione di un rito sciamanico del Sangue.

Un rito che in origine era più cruento, prima che gli agiografi lo 'ingentilissero'.


Tommaso da Eccleston, nel suo Trattato sull'insediamento dei frati minori in Inghilterra, riportò una confidenza fatta da Francesco a frate Rufino, secondo cui il Serafino una volta apparso avrebbe fatto violenza sul santo.

" San Francesco però aveva rivelato a frate Rufino, suo compagno, che, quando aveva visto l'angelo ancora da lontano, ne era rimasto molto spaventato e che l'angelo l'aveva colpito duramente [...]. " (ff 2519)

Quel 'colpito duramente' nel testo originale latino è tractavit dure***, un'espressione molto esplicita che indica proprio il fare violenza fisica.

Spesso gli agiografi trattano l'episodio delle Stimmate con un certo imbarazzo.

Il volgarizzatore dei Fioretti, ad esempio, scrisse che la visione di Francesco era avvenuta "non per martirio corporale, ma per incendio mentale" (ff 1920).

Tommaso da Celano, per non fare torto a nessuno, scrisse che 'quella visione si era impressa nell'animo' di Francesco, e per decenni gli uomini di Chiesa si arrovellarono per capire che volesse dire quel giro di parole.

Come ho già spiegato ne Le stimmate dello Sciamano, io credo alle voci di corridoio e alla versione più violenta dell'episodio.

Ci credo perché è la più suggestiva.
Ci credo perché esistono degli indizi nelle Fonti in forte contraddizione tra loro che la avvalorano
.
Ci credo perché, come diceva Tertulliano, credo quia absurdum.

Immagino il Serafino avventarsi sul poverello e piagare con i suoi artigli le carni di Francesco.

Note ----

* Mircea Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi, Mediterranee, Roma, 1974, p. 130.
** Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli, 2004, p. 201.
*** Cfr. Fratris Thomae vulgo dicti de Eccleston Tractatus de adventu Fratrum Minorum in Angliam, a cura di A. G. Little, Manchester, University Press, 1951, p. 75.

Post correlati ----

Laverna, l'oscura dèa senza corpo
I funghi e le stimmate: una visione serafica o allucinogena?

giovedì 21 maggio 2015

San Francesco e l'omosessualità:
i vizi di un buongustaio.


Le fonti francescane, a leggerle bene, restituiscono talvolta dettagli così vividi da sublimare la malizia dei commentatori posteri.

Francesco si accompagnava spesso ad un frate di grande avvenenza fisica, Masseo da Marignano (Assisi), di cui pare lodasse spesso le doti elargitegli da Madre Natura...

« E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di frate Bernardo, che la ebbe in modo perfettissimo [...] la semplicità e la purità di frate Leone [...] l'aspetto attraente e il buon senso di frate Masseo » (Speculum Perfectionis, 1782).

Il "buon senso" di frate Masseo era molto apprezzato anche quando si trattava di fare elemosina.

L'autore dei Fioretti tiene ad informarci che tutta la bontà d'animo di Francesco non muoveva a carità quanto le bontà di Masseo.

« E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane [...]
Ma imperò che santo Francesco era uomo troppo disprezzato e piccolo di corpo, e perciò era riputato un vile poverello da chi non lo conosceva, non accattò se non parecchi bocconi e pezzuoli di pane secco, ma frate Masseo, imperò che era un uomo grande e bello del corpo, sì gli furono dati buoni pezzi e grandi e assai e del pane intero
» (Fioretti, 1841).

Fin qui, niente di peccaminoso.
Sfruttare i doni del Signore per elemosinare un tozzo di pane è certo quanto di più lodevole ci sia.

Ma quando il volgarizzatore dei Fioretti riesce a far passare un orgasmo per ardore serafico rasenta il genio!

« E giungendo a una chiesa, disse santo Francesco al compagno [Masseo]: "Entriamo in questa chiesa ad orare".
E vassene santo Francesco dietro all'altare, e puosesi in orazione, e in quella orazione ricevette dalla divina visitazione sì eccessivo fervore, il quale infiammò sì fattamente l'anima sua ad amore della santa povertà, che tra per lo colore della faccia e per lo nuovo isbadigliare della bocca parea che gittasse fiamme d'amore.
E venendo così infocato al compagno, sì, gli disse: "A, A, A, frate Masseo, dammi te medesimo
" .

E così disse tre volte, e nella terza volta santo Francesco levò col fiato frate Masseo in aria, e gittollo dinanzi a sé per ispazio d'una grande asta; di che esso frate Masseo ebbe grandissimo stupore.
Recitò poi alli compagni che in quello levare e sospingere col fiato, il quale gli fece santo Francesco, egli sentì tanta dolcezza d'animo e consolazione dello Spirito Santo, che mai in vita sua non ne sentì tanta
» (Fioretti, 1842).


Note

*L'immagine sopra è una miniatura con scena omoerotica tratta da una Bible Moralisée parigina dei primi del '200.
Biblioteca Nazionale di Vienna.

*Analizzo tutti i passi delle fonti in cui è tratteggiato il rapporto stretto tra san Francesco e frate Masseo ne Le stimmate dello sciamano, il mito di san Francesco tra sangue e magia, Eleusi 2010, pp. 237-243.

giovedì 2 aprile 2015

La fonte magica nelle viscere del Santuario.
Alla Madonna delle Fontanelle di Magione.

Vi ricordate la fonte prodigiosa della Scarzuola?

Anticamente era legata al culto di una ninfa prima che Francesco d'Assisi se ne appropriasse, trasformandola nella Fonte di San Francesco*.

Un po' ovunque, in Umbria, dove Francesco e i suoi seguaci hanno messo piede è stato così.

Un caso a parte è un posto dall'aura un po' sinistra, il Santuario della Madonna delle Fontanelle, sulla strada che da Magione porta a Monte del Lago.


Il santuario fu eretto dai francescani nel 1508 per custodire un affresco della Madonna con Bambino, ma soprattutto per 'ingabbiare' una fonte dagli straordinari poteri taumaturgici.

Secondo Giovanni Riganelli**, la lapide posta all'ingresso della chiesa ci racconterebbe l'anno di costruzione e l'identità dei suoi fedeli:
1508 F[ECIT] CO[MMUN]I[TAS] MO[NTIS COLONIOL]E .



La chiesa, vista dall'interno, sembra quasi un granaio.

Solo il soffitto a travi, scandito da archetti a tutto sesto, le conferisce una certa importanza.

L'affresco miracoloso, tardo gotico, è murato nella macchina d'altare.

Come dipinto, non ci sono dubbi: è la cosa più notevole che si trovi dentro la chiesa!


Ma la chicca vera si trova fuori della chiesa, o meglio sul retro...


Protetta, si fa per dire!, da una piccola cancellata, una porticina immette direttamente nella fonte, sormontata da una statuina della Madonna circondata da ex-voto.

In linea d'aria, siamo sotto l'altare.
I predicatori si avvidero di murare la fonte nella chiesa in modo che il culto delle sue acque coincidesse con quello che si celebrava sopra.

Da queste parti lo stregone di Assisi non mise piede.
Del resto, ai suoi tempi il culto di queste acque non era ancora noto.

Ma con una dèa potente come la Madonna, non se ne sente la mancanza!


Note -----

*Ho raccolto il materiale agiografico con una fotografia della fonte in La Scarzuola. Un santuario dimenticato, Eleusi, Perugia 2011.

**Giovanni Riganelli, Religione e strutture religiose in area magionese dall’antichità ai primi secoli dell’età moderna: 1.2 La chiesa della Madonna delle Fontanelle e l'annesso convento francescano in Magione: venti secoli di storia, cultura, ritratti e spiritualità, Magione 2001, p. 162.

mercoledì 11 marzo 2015

Dal Tempio di Vulcano alla Cattedrale di San Lorenzo di Perugia.
Costruire un culto in 3 semplici passi.
Istruzioni per l'uso.



Quello che vedete qui sopra è l'emblema del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo a Perugia.

Tutte le porte di proprietà del Capitolo ne hanno scolpito sopra uno simile.

Cosa rappresenta?
Risposta facile: la graticola su cui fu martirizzato san Lorenzo!

Beh, diciamo che non sempre le risposte facili sono anche le più esaustive.

Da dove viene fuori quello strumento di tortura?
Perché a Perugia divenne l'emblema della Cattedrale cittadina?

L'erudito francescano Felice Ciatti in un trattato del 1638 raccolse delle dicerie sulla storia di questo Tempio che per noi oggi sono preziosissime.

Delle memorie annali, et istoriche delle cose di Perugia raccolte dal molto R.P.M. Felice Ciatti perugino Francescano : p. 391.


« I Tempij sono antichissimi, massime quelli di S. Angelo, di S. Pietro, di S. Fiorenzo, di S. Lorenzo, di S. Giovanni Rotondo, di S. Ercolano & universalmente la maggior parte delle parrocchiali chiese, le quali già essere state Tempij di Dei profani stimo verissimo; ma quali Dei in particolare in quelle si adorassero non saprei ben dire; d'alcuni già si è parlato; e si disse che il principale consecrato a Vulcano Dio del fuoco fosse mutato a S. Lorenzo martirizzato nel fuoco [...] »

Un vaso a figure rosse dello Staatliche Museen di Berlino ci mostra il dio lavorare nella sua fucina con tutti gli attrezzi del mestiere, affiancato da un aiutante...


La graticola di san Lorenzo è davvero ciò che resta degli attrezzi dell'officina del dio greco-romano Efesto-Vulcano?

Lo studio comparato delle Religioni è una disciplina molto creativa.

Nel mondo Romano le Volcanalia (le feste in onore di Vulcano) si celebravano il 23 agosto in occasione dei fuochi con cui si chiudeva nelle campagne la stagione del raccolto.

Questa data ce ne ricorda un'altra, la festa dei fuochi di San Lorenzo del 10 agosto.
Nel Medioevo si associava lo sciame meteorico delle stelle cadenti delle Perseidi ai tizzoni (le lacrime di San Lorenzo) su cui il mito cristiano voleva bruciato il martire Lorenzo (che erano, guarda caso!, gli stessi tizzoni della fucina del dio Vulcano).

Nel mondo Romano gli aruspici etruschi consigliavano sempre di tenere le celebrazioni in onore del dio Vulcano fuori città, essendo il suo un culto del fuoco distruttivo.

Com'è possibile allora che il tempio in cui si adorava il fuoco sacro di Vulcano si trovasse a Perugia in pieno centro?

Pollione nel De Architectura è molto chiaro:
Vulcano va onorato fuori dalle città per evitare il rischio di incendi.

« Anche gli aruspici etruschi affermano nei loro libri sacri che i templi di Venere, Vulcano e Marte devono essere posti fuori delle mura, onde evitare che i giovani e le madri di famiglia si abituino ai piaceri di Venere, e per preservare la città dal pericolo di eventuali incendi evocando la potenza di Vulcano con riti e sacrifici celebrati fuori dal tessuto urbano. * »

Talvolta però a prendere un mito alla lettera si va fuori strada.



Vulcano non è che l'evoluzione di un culto etrusco del fuoco più antico.
Un culto solare [forse c'era di mezzo il dio etrusco del fuoco Sethlans] dietro al quale si sono accodati il Vulcano romano e poi il san Lorenzo cristiano.

Il culto del Sole si è conservato intatto nella toponomastica medievale, tanto è vero che dalla Cattedrale di San Lorenzo ha inizio il Rione di Porta Sole, come ci raccontano una lapide in piazza ed una famosa matricola del Collegio dei Notai...



*Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, traduzione di Luciano Migotto. Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990.

lunedì 9 febbraio 2015

Una fattoria di pietra: la Cripta dell'abbazia di
San Felice a Giano dell'Umbria


Per secoli, la Chiesa guardò con terrore al ritorno dei culti naturali.

Parlare agli uccelli era un reato di stregoneria perseguito dai Vescovi, che agivano spesso contro indovini e preti di campagna.

Nel regno animale abitavano le deità ancestrali del vecchio Paganesimo: dialogare con gli animali era considerato diabolico.

E così, il Clero li accettò solo a scopo decorativo o simbolico: per abbellire la casa di Dio.
Come nella Cripta dell'Abbazia di San Felice a Giano dell'Umbria...


Nella Cripta, 5 colonnine creano un gioco elaborato di piccole navate.
Camminandoci intorno si ha come la sensazione di aggirarsi in un cortile popolato da oche, lucertole e muli.


Tante volte si parla dell'immaginario medievale come di un mondo fantastico, gremito di bestioni straordinari.

In realtà l'uomo medievale era figlio della terra e le sue suggestioni dipendevano più dal proprio orticello e dalle sue bestie da soma [sotto] che non da astruse congetture su draghi e fenici.

I capitelli che sormontano le colonne sono arte barbarica di reimpiego.

Ma la Cripta risale al 1100.
Ciò significa che i devoti a cui predicava san Francesco nel contado erano uomini e donne molto simili a quelli a cui era rivolto il bestiaro scolpito qui.

Possiamo farci un'idea sulla loro cultura - che aveva ben poco di spirituale! - partendo proprio da questi rilievi.

Certo, ci vuole (un po') d'immaginazione per scorgere in tutte le sculture disegni comprensibili.

Il bassorilievo sottostante, per esempio, mi ricorda tanto la sagoma di un lucertolone...


lunedì 19 gennaio 2015

San Francesco e il pugile di Firenze: a scuola di pugni prima di papa Bergoglio.



Come tutti sanno, San Francesco era un maestro di tolleranza.

Almeno fino a quando un frate non gli faceva perdere la pazienza.
Nel qual caso, a Firenze c'era un certo frate Giovanni delle Lodi, o de Laudibus, noto nelle Fonti come il "pugile di Firenze", che faceva tornare sulla retta via i delatori.

Tommaso da Celano, un testimone oculare, ci racconta che anche per Francesco una scarica di botte talvolta era salutare...

« Un giorno udì un frate che denigrava il buon nome di un altro e, rivoltosi al suo Vicario frate Pietro di Cattanio, proferì queste terribili parole: "Incombono gravi pericoli all'Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in puzzo disgustoso se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio, muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l'accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo!"

Chiamava pugile fra Giovanni da Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza.

Voglio -diceva ancora- che con la massima diligenza abbia cura, tu e tutti i ministri, che non si diffonda maggiormente questo morbo pestifero. » (ff 769)

Salimbene de Adam ricorda nella sua Cronica il profilo di questo pacifico frate fiorentino a cui Francesco (e poi il suo successore, frate Elia) affidava i fratelli da far rinsavire...

« Del gruppo di frate Elia era poi un certo Giovanni, detto delle Lodi, frate laico, duro e violento, torturatore e spietato carnefice, che, su ordine di Elia, dava la disciplina ai frati senza misericordia... » (ff 2619)

Non essendo stata inventata la macchina del Tempo, è arduo stabilire chi sia più bravo a sferrare pugni: fra Giovanni o Bergoglio?
Non importa.

Papa Francesco è un filologo straordinario. Riesce sempre ad essere più francescano di Francesco.
Anche con le gaffes!


Note - - -

*Il brano di Tommaso da Celano è tratto dalla Vita Seconda, Capitolo CXXXVIII.

Sopra, San Francesco predica il Vangelo alla corte del Sultano, Maestro della Pala Bardi, Chiesa di Santa Croce, Firenze, 1240 circa.


---
Sulle misure punitive messe in atto da Francesco per governare i frati, vedi anche il post:
Il bello dei cadaveri: l'Obbedienza secondo San Francesco.