martedì 27 dicembre 2016

Lo stregone che fece paura al Papa: la predica agli Uccelli secondo il monaco Ruggero




La devozione francescana in Umbria ha prodotto molti itinerari, ricamando su aneddoti favolistici.

Una di queste passeggiate si trova a Cannara, sul luogo dove il poverello compì un prodigio insolito: la predica agli uccelli.


Quello di Cannara è solo uno degli innumerevoli siti dove lo stregone di Assisi parlò ai pennuti.

Nella chiesa di San Francesco a Bevagna si conserva perfino il masso su cui il poverello posò i piedi quando compì il prodigio!
In una guida turistica di metà Ottocento, Giuseppe Bragazzi narrava di questa insolita reliquia* che ai suoi tempi era ben conosciuta...




A partire da Lo stregone di Assisi, ho cercato di spiegare che questi fattarelli agiografici hanno in realtà un retroscena magico.

Parlare agli uccelli nell'immaginario medievale era il più famoso dei reati di stregoneria di cui si macchiava il sottobosco clericale [leggi: i pretastri di campagna].

Per tutto il MedioEvo, resistette la credenza superstiziosa secondo cui chi era in grado di parlare la lingua degli uccelli detenesse poteri sovrannaturali.

Il misfatto è dipinto in molte miniature che illustravano la Causa 26 del Decretum Gratiani e ripete sempre la medesima scena: un maghetto è intento a parlare con un volatile che sbuca tra le fronde di un albero.
Sulla sinistra, il vescovo infligge la punizione!


Il monaco inglese dell'abbazia di Saint Albans Ruggero di Wendover, nella sua breve agiografia ci aiuta a capire il vero valore politico della predica agli uccelli.

Messo alla porta dal papa ierocrate Innocenzo III, che lo invita per il suo aspetto sordido a razzolarsi tra i maiali**, e disdegnato dal popolo romano, Francesco si reca nella campagna per prendersi la sua 'rivincita'.
Come un prete-stregone del contado, comincia a parlare agli uccelli e catalizza l'attenzione dei coloni superstiziosi, finché il clero non è costretto ad accoglierlo di nuovo tra le mura urbiche.



La testimonianza in sé è preziosissima perché ci consente di mettere a fuoco ciò che parlare agli uccelli fu davvero per il poverello: uno strumento di fama e di consenso...

« E così, uscendo dalla città, nel suburbio si imbatté in corvi razzolanti tra i rifiuti e in avvoltoi, gazze e molti altri uccelli che volteggiavano nell'aria, e disse loro: "Vi comando nel nome di Gesù Cristo, che i giudei hanno crocifisso e del quale i miseri romani hanno disprezzato la predicazione: avvicinatevi a me per ascoltare la parola di Dio, nel nome di Colui che vi ha creato e vi ha salvati nell'arca di Noè dalle acque del diluvio".

Immediatamente al suo comando tutta quella moltitudine di uccelli, accostandosi a lui, lo circondò e, in silenzio sospendendo ogni cinguettìo, per lo spazio di mezza giornata, intenti alle parole dell'uomo di Dio, restarono fermi e rimiravano il volto del preticatore.

I cittadini romani e tutti coloro che entravano o venivano dalla città, si accorsero di questo fatto meraviglioso, ripetuto dall'uomo di Dio allo stesso modo per tre giorni convocando gli uccelli; allora il clero con numeroso popolo venne dalla città e introdusse nell'abitato l'uomo di Dio con grande venerazione
. » [ff 2289]

Il ricorso alla magia è sempre stato nelle corde degli uomini di fede!


Note al testo ---

* Cfr. Bragazzi, La rosa dell'Umbria, ossia Piccola guida storico-artistica di Foligno, Spello, Assisi (...), Foligno 1864, p. 267.

La pietra si trova murata ancora oggi all'interno della chiesa, con il cartello celebrativo di cui parlava Bragazzi.
Vedi foto nel sito de I sentieri del silenzio.

** L'aneddoto che riferisce Ruggero smentisce nettamente la tradizione cattolica secondo cui, sulla base della Legenda Maior di Bonaventura, il papa avrebbe accolto il Poverello a braccia aperte, dando un'approvazione verbale alla Regola:

« Il vicario di Cristo, papa Innocenzo III, [...] si sentì incline ad accogliere con pio assenso le sue richieste. » [ff 1062]

Per la traduzione del testo latino, seguo l'edizione delle Editrici Francescane, Padova 2004.


Note alle immagini ---

_ La miniatura in apertura del post è una pergamena di recupero della fine del XIII secolo e si trova conservata presso l'Archivio storico di Orvieto.
Cfr. La civiltà del libro in Orvieto: materiali per lo studio della decorazione dei codici nei secoli XI-XV, Catalogo della mostra, Protagon - Regione dell'Umbria, Perugia 1991, pp. 72-73.

_ La seconda miniatura qui pubblicata, databile intorno al 1300, è conservata alla Staatsbibliothek di Berlino.
Per questa ed altre immagini simili, cfr. Anthony Melnikas, The corpus of the miniatures in the manuscripts of Decretum Gratiani, Studia Gratiana, Rome, 1975.

_ L'affresco in chiusura del post con la Predica agli uccelli, proviene dalla Chiesa di Santa Maria a Vallo di Nera.

giovedì 24 novembre 2016

Dalle Trinità medievali alla Storia Infinita: morfologia dell'orrido.


A forza di occuparsi di certa roba, i mostri ti vengono incontro anche quando non li cerchi!

In un momento di debolezza, mi sono sparato La Storia Infinita – ammetto: ho nostalgie puerili, e sovente le assecondo...

Il film del 1984, sommerso di critiche alla prima proiezione dall'autore del libro, Michael Ende, è in realtà una piccola miniera di citazioni esoteriche.
Dal sigillo del libro trafugato da Bastiano, un doppio uroboro emblema della circolarità della Storia, al Triskele che campeggia a mo' di bandiera sul pennone della Torre d'Avorio dimora dell'Infanta Imperatrice, e che Atreyu scorge a cavallo del drago Falkor alla base della Torre prima che il nulla inghiotta tutto [sotto].




Ma tra gli abitanti di Fàntasia, accorsi da tutto il Regno fino alla Torre all'inizio della Storia, si annidano due citazioni che mi sono molto familiari.

Due coppie di personaggi bifronti e trifronti, che l'obiettivo inquadra di sfuggita e che hanno un preciso retroterra nell'arte europea...




Il MedioEvo riciclò dal mondo classico l'iconografia tricefala per semplificare una spinosa questione dottrinaria: la presenza di tre persone in un unico Dio.

Un esempio notevole che rintracciai anni fa* è l'anonimo ex-voto della Trinità tricefala presso la chiesa di Santa Maria a Vallo di Nera.


Ma gli inventori dei personaggi di Fantàsia hanno sicuramente attinto da modelli più recenti, per esempio quelli elaborati nel Rinascimento.

La scoperta delle decorazioni della Domus Aurea di Nerone fornì ai pittori un ventaglio formidabile di soluzioni decorative!
Un bell'esempio proprio ad Assisi è la Volta pinta nel palazzo del legato pontificio, al piano stradale, dove campeggia tra i vari mostricciattoli un'erma bifronte**...





L'estroso pittore genovese Felice Giani nel '700 ideò addirittura un'inquietante versione 'quadricefala' per decorare il soffitto di una delle sale al piano nobile di palazzo Conestabile della Staffa*** a Perugia...



Il genere fantasy non è un'invenzione recente degli sceneggiatori.
Era già tutto inventato secoli prima che nascesse il cinema!


Note ---

* Di questo ex-voto ho inserito una riproduzione bianco/nero nel libro "Il culto proibito della Dèa" per evidenziare le differenze tra una comune Trinità tricefala maschile e la strana Trinità 'muliebre' dell'abbazia di San Pietro a Perugia.
Cfr. il libro a p. 22.

** Tutto il ciclo è tempestato di riferimenti alla fertilità.
La civetta, sormontata dai bastoni fioriti, è una chiara allusione erotica; su questo argomento vedi il post Il maleficio delle Tre Civette.
Per datare l'affresco di Assisi è attestato un pagamento nel Bollettario del Comune ad un certo « Raphael pictor » di 4 fiorini in data 21 agosto 1556.
Cfr. Ezio Genovesi, Le grottesche della Volta pinta in Assisi, Accademia properziana del Subasio, 1995, p. 16.

*** Il palazzo oggi ospita la Biblioteca Augusta e l'affresco in questione si trova nella stanza adibita ad Ufficio Fondo Antico.

venerdì 4 novembre 2016

La beata Angelina e le sacerdotesse del Fuoco.


Quando da piccolo tornavo dalla parrocchia, mettersi davanti alla tv a guardare un film Disney era un rito.

Nei poteri di certi cartoni animati rivedevo i santi e i loro mirabolanti prodigi che avevo appena 'studiato' al catechismo!

Qualche anno dopo, promosso al rango di assistente catechista, mi misi a studiare sul serio le agiografie.
Non lo avessi mai fatto...

La mia fede si vaporizzò.

In compenso, scoprii che spulciare le fonti era assai più divertente che leggere i fumetti:
esaminiamo il caso della Beata Angelina di Montegiove.


Uno dei suoi ritratti più famosi è riportato sull'antiporta della prima agiografia a lei dedicata, scritta da padre Iacobilli e stampata a Foligno nel 1627.

Nel braccio destro la beata Angelina stringe la sua 'creatura', il convento delle terziarie francescane.
Dalla mano sinistra invece scaturisce la fiamma del fuoco sacro.

Nel 1737 Carlo Grandi rielaborò il disegno in un'incisione a bulino e acquaforte* per la riedizione della fortunatissima Vita di padre Iacobilli...


Stavolta del modellino del convento non c'è più traccia, sostituito dalla Regola a cui le sorelle terziarie aderiscono.
Ma il fuoco della fede arde ancora sul palmo della sua mano.

Angelina fu ritratta spesso con in mano il fuoco, suo attributo di potere.

Anche in un Albero francescano non sopravvissuto, menzionato dal frate Fabio Siri, campeggiava questa immagine...

« Il padre Andrea Bonfanti [...] pubblicò l'anno 1614 in Fiorenza una Tavola o foglio reale dell'immagini di tutti i santi e beati del Terzo Ordine di san Francesco; e fra gli altri pone quello della Beata Angelina con titolo di contessa di Civitella che porta nella pianta della mano una fiamma di fuoco**. »

Per giustificare l'associazione tra Angelina e il fuoco, Iacobilli narrava che la Beata al cospetto del re di Napoli Ladislao, per provare la forza della sua fede, avesse tenuto dei tizzoni ardenti, « bragie fiammeggianti », tra le pieghe della veste !

« Stupido in tanto mirava & ammirava il Re fiammeggianti le bragie & in tutto illeso il manto della donzella, che le conteneva; & non meno stupiva che ella havesse penetrato l'intimo del suo cuore & propolato il segreto di volerla far ardere nel fuoco, che egli sempre occulto & celatissimo riserbò nel seno***. »

Il fuoco sacro custodito da Angelina nella tunica era un'immagine così potente da essere sfruttata ancora nei santini del primo '900...


La Beata Angelina fondò un convento di vergini che rifiutavano la clausura e vivevano tra loro in comunità, senza barriere.

Nella sua iconografia è evidente la sopravvivenza di poteri paganeggianti.

Siamo davanti ad una vestale post litteram ?


[Sopra, Vestali nell'atto di sacrificare al fuoco sacro.
Roma, Musei capitolini].

Note bibliografiche ---

* Cfr. Servus Gieben, Iconografia di Angelina da Montegiove in Biografie antiche della beata Angelina da Montegiove..., Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, Spoleto 1996, p. 218.

** Cfr. Fabio Siri da Montereale, Sommario della Vita della B. Angelina..., Foligno 1663, p. 14.

*** Cfr. Ludovico Iacobilli, Vita della B. Angelina Corbara, contessa di Civitella d'Abruzzo, in Foligno 1627, pp. 36-37.

martedì 4 ottobre 2016

I funghi e le stimmate: una visione serafica o allucinogena?


Da dove vengono le stimmate di Francesco?

Molti frati pensarono che Leone si fosse bevuto il cervello* quando raccontò la mostruosa apparizione del Serafino.

L'autore dei Fioretti sintetizzava i dubbi degli scettici in una frase:

« ... non per martirio corporale, ma per incendio mentale egli doveva essere tutto trasformato in nella ispressa similitudine di Cristo Crocifisso. » [ff 1920]

Non ci si poteva credere: per avere una visione così orrida, altro che « in quodam raptu contemplationis » :
il Poverello doveva essere sotto l'effetto di sostanze psicotrope!

Quest'idea sembra essere sopravvissuta ad Anagni in un affresco curioso, nella chiesa di San Pietro in Vineis...


Francesco è inginocchiato in adorazione del Serafino.
La famiglia francescana [compresa santa Chiara, a destra] si stringe orante intorno a lui.
La scena è incorniciata da due alberi-fungo che sovrastano il santo fino a lambire i due bracci della croce.

Questo dettaglio degli alberi fungini non è una trovata originale.
Si ritrova anche nel Terzo Maestro di Anagni**, autore (contemporaneo?) di uno spettacolare ciclo alla Basilica dei Santi Quattro Coronati di Roma.

Ma nel ciclo dell'Aula Gotica a Roma i funghi hanno perlopiù una funzione decorativa***, per illustrare le scene dei mesi, non raccontano visioni misticheggianti...



L'autore della Visione del Serafino invece è un po' più ambiguo.

Come non notare le 'squame' sul verde degli alberi che ricordano vagamente le verruche dell'agarico muscario?


Mi viene il dubbio che anche il pittore del nostro affresco avesse sentito da qualche frate la storiella dell' «incendio mentale» ...

Note al testo ---

* « Frater Johannes de Parma, minister generalis, in pleno capitulo generali Janae praecepit fratri Bonicio [...] ut diceret fratribus de stigmatibus suis veritatem, quia multi de hoc per orbem dubitabant. »

Cfr. Fratris Thomae vulgo dicti de Eccleston Tractatus de adventu Fratrum Minorum in Angliam, a cura di A. G. Little, Manchester, University Press, 1951, pp. 74-75.

** Alcuni critici tendono ad attribuire l'Apparizione del Serafino proprio al Terzo Maestro di Anagni o ad un suo seguace.

Cfr. William R. Cook, Images of St. Francis of Assisi in painting, stone and glass from the earliest images to ca. 1230 in Italy,
The University of West Australia, Leo Olschki Editore, Città di Castello 1999, p. 27.

*** Giorgio Samorini, che ha studiato l'agarico muscario nell'Arte medievale cristiana, tiene comunque a sottolineare nel suo saggio sui funghi allucinogeni che spesso i pittori sembrano usarlo come « un'immagine stereotipata, inconsapevoli della sua possibile lettura in chiave micologica » .

Cfr. Samorini, Funghi allucinogeni: Studi etnomicologici, Telesterion 2001, p. 207.

domenica 18 settembre 2016

Il bello dei cadaveri:
l'Obbedienza secondo San Francesco
.




Disobbedire al Capo non era una grande idea.

A correggere i compagni più negligenti ci pensava un fraticello picchiatore: il pugile di Firenze.

Ma erano casi estremi : il più delle volte, bastavano quattro parole sibilline per ricondurre i frati nel recinto dell'Obbedienza.

Quando una volta gli domandarono: « Chi deve essere ritenuto un vero frate minore? », egli portò l'esempio del cadavere.

« Prendi un corpo morto - disse - e mettilo dove ti pare e piace.
E vedrai che, se lo muovi, non si oppone; se lo metti in un posto, non mormora; se lo metti da parte, non protesta. Se lo metti in cattedra, non guarderà in alto, ma in basso. Se gli metti un vestito di porpora, sembrerà doppiamente pallido. Questo è il vero obbediente: chi non giudica il perché lo spostano; non si cura del luogo a cui viene destinato; non insiste per essere trasferito; eletto a un ufficio, mantiene la solita umiltà; quanto più viene onorato, tanto più si ritiene indegno
* » .

Francesco amava indulgere nelle allegorie, ma talvolta il nostro stregone doveva ricorrere a mezzi più persuasivi per mettere a tacere i dissensi interni.

Bonaventura ci racconta uno di questi ultimatum, confezionato su misura per un fratino che non capiva bene le figure retoriche e abbisognava di esempi più tangibili...

« Una volta gli fu presentato un frate, che aveva trasgredito i comandi dell'obbedienza, perché lo correggesse con il magistero del castigo.

[...] comandò di togliere al frate il cappuccio e di gettarlo tra le fiamme, perché tutti potessero osservare quanta e quale vendetta esige la trasgressione contro l'obbedienza.
E dopo che il cappuccio era rimasto un bel pezzo nel fuoco, ordinò di levarlo dalle fiamme e di ridarlo al frate,
umile e pentito
** » .

Note al testo ---

* Cfr. San Bonaventura, Legenda Maior, Cap. 6 – ff 1107 .

Queste parole Bonaventura le riprese probabilmente dallo Speculum Perfectionis (ff 1736), la Leggenda antichissima che Paul Sabatier sosteneva fosse stata scritta addirittura da frate Leone!

L'elogio del cadavere assume contorni inquietanti pensando all'impiccagione del frate disobbediente Giovanni da Campello .

** Cfr. ancora Bonaventura - ff 1116 .
La traduzione seguita è sempre quella delle Editrici Francescane, Padova 2004.

[ Sopra, Francesco mostra Sorella Morte, pittore giottesco,
Basilica Inferiore di Assisi ]

sabato 27 agosto 2016

Il tempio di Diana
e le processioni al Sacro Buco:
indizi alla chiesa di
Santa Maria di Pietra Rossa...



Ai predicatori medievali non andava sempre tutto liscio.
Padre Iacobilli nella Vita di San Feliciano martire ci racconta che a Trevi fu necessario abbattere un tempio pagano per imporre le gioie del Vangelo.

« Da Spoleto pervenne San Feliciano a Trevi, terra nobile, e solo distante quattro miglia da Fuligno, la quale in latino è detta Trebium o Trevium: nome, tra l'altre ragioni, derivato da Trivia cioè Diana, falsa Dèa degli antichi, la quale chiamavano Trivia, ovvero Triforme [...]

Questa falsa Dèa era in quei tempi in questa terra tenuta in gran veneratione & come a Tutelare & Protettrice, erasi construtto un gran Tempio e solennizzavasi il culto
.

Ma il benedetto prelato, acceso di santo zelo, mandò fuori dal suo petto, abitacolo dello Spirito Santo, parole & concetti tali, & in maniera commosse i Trevani, & sì impetuoso fervore di Spirito li partecipò che loro medesimi demolirono il Tempio; e in quell'istesso sito già dedicato a Diana, in cui dalle cieche & ingannate creature, era stato sì disonorato e offeso il creatore, fu eretta una Chiesa in onore del vero Dio, ove con oblationi immaculate santamente si sacrificasse*. »


È possibile individuare, dopo secoli, l'antico tempio di Diana?
Difficile, ma non impossibile.

Proviamo con un santuario mariano nella piana di Trevi sovraccarico di ex-voto tardogotici, che somiglia tanto ad un tempio di Diana:

la chiesa di Santa Maria di Pietra Rossa
.



L'identikit del tempio che stiamo cercando ce lo fornisce il grande storico delle religioni Georges Dumézil...

«Diana, che bisogna considerare in figura di vergine, poiché fu assimilata alla severa Artemide, esercitava il suo potere sulla procreazione e sulla nascita dei bambini. Gli scavi hanno riportato alla luce una quantità di ex-voto dal significato indubbio: immagini di organi sessuali maschili e femminili, statuette di madri con lattanti o di donne vestite, ma con l'abito aperto davanti.

Il giorno della festa della dèa, alle Idi d'agosto, le donne si recavano nel bosco in processione, con torce, per dimostrare la loro riconoscenza per i servizi resi.
Nel bosco, una fonte celava una sorta di ninfa, Egeria, il cui nome si riferisce alla liberazione delle partorienti (e-gerere); ad essa venivano a sacrificare le donne gravide per assicurarsi un parto facile
**. »

La descrizione di Dumézil ricorda molto da vicino le processioni notturne delle donne di Trevi alla chiesa della Pietra Rossa.

Nel santuario era custodito un masso forato dai poteri di fertilità portentosi, in cui tutte le donne gravide infilavano il dito...


L'antropologa Fiorella Giacalone in un articolo pubblicato nel 1990 descriveva nei dettagli questo rituale:

« [...] fino a pochi decenni fa le donne si recavano nella chiesa per ottenere guarigioni compiendo un preciso cerimoniale, che consisteva nell'introdurre il dito indice nella pietra, a cui seguiva un triplo giro intorno all'altare, toccando l'affresco con l'immagine di S. Giovanni. Solo dopo questa pratica devozionale si poteva attingere l'acqua del pozzo per berla o lavarsi***. »

Il masso era oggetto di una devozione febbrile, tanto che nel '600 si decise di murarlo dietro un altarino mariano, lasciando al vivo la parte venerata (astuzia da preti!).


Le donne in cerca di marito si recavano in processione alla Pietra il 23 giugno, alla vigilia della festa di San Giovanni.
Le processioni spesso degeneravano in tresche impudiche, tanto che furono cancellate****.

I favori della Madonna [o di Diana?] erano troppo ambiti!


Note al testo ---

*Cfr. Ludovico Jacobilli, Vita di san Feliciano martire, vescouo, et protettore della città di Foligno, in Foligno, 1626, p. 30.

Jacobilli si riferisce al culto di Ecate trivia, sovente associata a Diana, le cui immagini poste lungo le strade proteggevano i viandanti in corrispondenza degli incroci.
Il culto di Ecate fu soppiantato dagli evangelizzatori con le edicole mariane, in città come nelle strade di campagna.

Nel libricino Tre Civette sul comò: storia di un maleficio (pp. 11-13) analizzo una di queste edicole mariane posta a Perugia al centro di un trivio.

**Cfr. Dumézil, La religione romana arcaica, Rizzoli, Milano 1977, p. 356.

***Cfr. Fiorella Giacalone, Il culto delle acque e delle pietre a s. Maria di Pietrarossa: aspetti storico-antropologici, in La chiesa di S. Maria di Pietrarossa presso Trevi..., Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria, 1990, p. 124.

**** « La vigilia di S. Giovanni era importante anche come propiziazione alle nozze: le donne nubili infatti si recavano in processione alla chiesa, per chiedere la grazia di uno sposo. Natalucci ricorda che in tale occasione gruppi di (presunti) briganti si appostarono nelle vicinanze per rapire le ragazze, spesso con il loro stesso consenso, trattandosi anche di fughe organizzate. Tale prassi era così diffusa che la processione venne abolita. »
Cfr. ancora Giacalone, Op. cit., p. 123.

Giacalone riprende questo fatto dalla Historia universale dello Stato temporale ed eclesiastico di Trevi di Durastante Natalucci, 1745 [ristampato da Edizioni dell'Arquata, 1985], pp. 388-389.


Diana o Giunone? Un appunto sulle origini del culto ---

Durastante Natalucci, uno storico locale del '700, rifacendosi al Poema manoscritto oggi disperso di un certo Annibale Orosio, poeta vissuto appena un secolo prima, sosteneva che il santuario mariano di Trevi sorgesse dove era l'antico tempio di Giunone.
Giunone era, con Diana, la dèa a cui si votavano le partorienti.

« E l'antica chiesa di S. Maria di Pietra Rossa, pure unita al detto Capitolo, che esiste fra la Strada Romana ed il Clitunno, circa un miglio distante da Trevi, dove, al dire del(l') Orosio, era il tempio di Giunone. »

Cfr. Natalucci, Op. cit., p. 386.

Post correlato -----

La Madonna che rimpiazzò Diana - alla chiesa di Santa Maria Infraportas di Foligno...

venerdì 15 luglio 2016

Il vescovo e il drago:
una battaglia per immagini
alla chiesa di San Giovanni Profiamma.


Nelle chiese spesso si trovano indizi molto più crudi di certi melensi resoconti agiografici.


È il caso della basilica di san Giovanni Profiamma*, una chiesetta a nord di Foligno che passa quasi inosservata lungo la strada montana se non fosse per il suo portale, che conserva le tracce di uno scontro cruento tra Paganesimo e Cristianesimo.

Protagonista San Feliciano, il leggendario vescovo di Foligno nato proprio qui, nell'antico abitato di Foro Flaminio.

Sul portale a sinistra è ritratto mentre, ancora giovane, sta per affrontare il temibilissimo drago.


A destra invece Feliciano infilza con la sua pastorale appuntita il povero drago e ne usa il cadavere come scranno, reggendo un cartiglio beffardo: PAX VOBIS [sotto].

Come tutti i nuovi dominatori, il vescovo impone la sua pace armata.
Tutto il portale, risalente al '200, è un manifesto che celebra la forza dell'istituzione cattolica e un monito contro chi indulge ancora nelle superstizioni pagane.

Altro che evangelizzazione pacifica!


Nella sua Vita di san Feliciano martire, padre Jacobilli racconta invece che il vescovo convertì in modo pacifico la popolazione che versava ancora "nella cecità del gentilismo"...

« [...] di subito cominciò ad inferire ne i petti de' suoi concittadini gl'instituti santi della verità christiana [...]

Ebbe però sempre al zelo congiunta la destrezza e la prudenza, necessarissime in quei tempi [...] che la maggior parte degli abitatori di Foro Flaminio erano allora immersi nella cieca adorazione degli Idoli**. »


Una storia a lieto fine, quella di san Feliciano?
Pare di sì, almeno da queste parti.

Stessa cosa non si può dire per il caso della vicina Trevi, dove fu necessaria la distruzione di un tempio sacro a Diana per avere ragione dei pagani.

Ma questa è la storia del prossimo post
...




Nota architettonica ---

La chiesa merita una visita anche per la sua scenografica scalinata che culmina nel ciborio, copia di quello perugino di San Prospero.

Bello sì, peccato sia tutto un falso clamoroso dei primi del '900.
Ugo Tarchi, il principe degli architetti neogotici italiani, lo riprodusse in un bozzetto nella sua famosa opera L'arte nell'Umbria e nella Sabina, volume II, L'arte cristiano-romanica
[vedi sopra il confronto]
.

Note bibliografiche ---

*L'abitato che era attraversato dalla via Flaminia, fu distrutto dai Longobardi nel 741 d.C., ciò spiega anche la ricostruzione della chiesa secondo le pure linee del Romanico.

Cfr. La basilica di San Giovanni Battista in San Giovanni Profiamma, a cura di Cristina Casciola, Francesco Anselmi, Sergio Anselmi, Foligno 2001, p.16.

**Cfr. Ludovico Jacobilli, Vita di san Feliciano martire, vescouo et protettore della città di Foligno, Foligno 1626, p. 24.

--- Sopra, illustrazione tratta dalla Vita di San Feliciano dello Iacobilli con ritratto del vescovo che regna sulla città di Foligno alle sue spalle.

giovedì 2 giugno 2016

San Francesco e il potente cardinale:
tentazioni notturne nei salotti buoni...



Un suo estimatore, il ricchissimo cardinale Leone di Santa Croce*, invitava spesso il poverello a trascorrere un soggiorno nella sua casetta dell'Urbe.
Alla fine Francesco accettò l'invito, portandosi dietro il suo diletto frate Masseo e chiudendosi con lui in una torre** di proprietà del prelato, che il cardinale aveva predisposto a loro uso esclusivo.

Diverse agiografie si soffermano sull'intensa notte di contrizione tra Francesco e Masseo.
Per noi maligni, il racconto più succulento è nella Compilazione di Assisi...

« Soggiornava allora con il cardinale Leone frate Angelo Tancredi, uno dei primi dodici. Questi suggerì al beato Francesco: "Fratello, qui vicino, nelle mura della città, sorge una bella torre, molto ampia e spaziosa all'interno, con nove locali a volta, dove potrai stare appartato come in un eremo". E il beato Francesco: "Andiamo a vederla". La vide e gli piacque. Tornato dal cardinale gli disse: "Signore, forse resterò presso di voi alcuni giorni". Il signor cardinale ne fu grandemente contento. » [ff 1671]

Cosa ci facessero con nove locali a volta il poverello e frate Masseo è una bella domanda!

Il racconto prosegue con la nottataccia di Francesco nella torre, tormentato 'dai dèmoni'...

« La prima notte, mentre vi si disponeva a dormire, vennero i dèmoni e lo fustigarono duramente. Egli chiamò subito il compagno, che stava lontano: "Vieni da me!" Quello subito si alzò e andò da lui. Gli disse il beato Francesco: "Fratello, i dèmoni mi hanno fustigato duramente. Perciò voglio che tu mi rimanga accanto, perché ho paura di starmene qui solo". »

Per farla breve, Frate Masseo si sorbì le sue paturnie tutta la notte...

« [...] i miei frati, che vanno per il mondo sopportando fame e molte tribolazioni, e gli altri frati che abitano in case poverelle e negli eremi, udendo che io rimango presso il signor cardinale potrebbero aver occasione di mormorare contro di me, dicendo: "Noi sopportiamo tante avversità, e lui si prende i suoi agi!". »

Francesco era divorato dalle preoccupazioni: in quella residenza di lusso, la sua immagine di poverello integerrimo era in pericolo!

E infatti si congedò la mattina dopo dal generoso cardinale...

« Di primissimo mattino il beato Francesco scese dalla torre e andò dal cardinale a raccontargli quanto gli era accaduto e i discorsi fatti con il compagno.
[...]
Il cardinale era felice di rivederlo; però, siccome lo riguardava e venerava come santo, accettò la sua decisione di non trattenersi oltre. E così il beato Francesco, licenziatosi da lui, tornò all'eremo di Fonte Colombo presso Rieti
***. »

Questo aneddoto non è un episodio secondario!
Ci dimostra che Francesco d'Assisi conosceva molto bene un dogma moderno dei mass media: « L'immagine è tutto ».

Sapeva il povero di Dio godere dei privilegi senza farsi vedere troppo nei palazzi del potere.

Note ---

* Si tratta del cardinale Leone Brancaleone.
** Secondo san Bonaventura, Francesco fu ospitato nel palazzo del cardinale [ff 1115].
Lo Speculum perfectionis narra invece che la torre del cardinale sorgeva in periferia [ff 1760].
*** La traduzione qui seguita è quella dell'edizione padovana delle fonti francescane (2004).

[ L'immagine sopra è un dettaglio della Rinuncia agli averi affrescata da Benozzo Gozzoli nella Chiesa di San Francesco a Montefalco, 1452. Il santo vi figura denudato dei vestiti, coperto solo dalla tunica del vescovo di Assisi.]

mercoledì 27 aprile 2016

Una civetta diabolica nella chiesa di
Santa Maria a Lugnano in Teverina


A proposito dei malefici delle Civette, sono andato a visitare la chiesa di Santa Maria Assunta a Lugnano in Teverina dove si trova una scultura fantastica che ho scovato in un fascicoletto scritto dal marchese Eroli di Narni nel lontano 1903!

All'esterno della chiesa un capitello ci mostra l'ascolto della parola 'buona', quella di Dio [sotto].
All'interno la musica cambia, e l'uomo vomita la parola del diavolo...




Il marchese Eroli, già regio ispettore per i monumenti della bassa Umbria, ci guida lungo le navate della chiesa scandite da un bel pavimento cosmatesco.
Diamogli la parola...

« Camminando, le vedremo divise [le navate] da otto alte colonne, quattro per parte, i cui fusti sono costrutti a piccole pietre quadrilunghe lavorate a pelle piana, e i loro rozzi capitelli tutti variati.
Sei presentano foglie di assai brutto ineguale intaglio e specie con mascheroncini aggiunti, ed in uno la luna piena, simbolo del demonio, con la civetta, simbolo antico della vigilanza notturna [...]
»

Il capitello a cui si riferisce il marchese è così ricco di personaggi che da solo ci racconta il mondo delle superstizioni medievali!


Nello spicchio rivolto verso l'altare si celebra la Chiesa temporale: un prete assistito da due diaconi officia sull'altare [sopra].

Poi viene, lontano dall'altare, nell'oscurità, la degradazione e il peccato [sotto] : un uomo barbuto dalla cui bocca esce un gorgo e nell'angolo spunta dall'intrico delle foglie una civetta, sormontata dalla luna piena...

« L'ottavo presenta un altare, e presso questo due sacerdoti in paramenti, e nell'angolo destro un serpente a testa d'uomo, figura del demonio o del paganesimo*. »



Il marchese parla del nostro capitello riferendosi alle tavole del suo fascicolo che illustravano le sculture. Quando non esisteva internet, questi fascicoletti erano un ottimo mezzo per divulgare capolavori siti in paesini sperduti, destinati altrimenti all'oblio.

Ecco il disegnino che riproduce il capitello incriminato...


Oggi che le strade sono [un po'] più agevoli, consiglio a tutti una bella gita a Lugnano in Teverina per capirci qualcosa di più sui poteri diabolici delle civette!

Nota al testo ---

*Cfr. Lugnano città Teverina e la sua celebre collegiata di S. Maria Assunta in cielo, Monografia storico-artistica del marchese Giovanni Eroli, Narni 1903, p. 16.

venerdì 11 marzo 2016

Le acque uterine della Dèa:
all'Eremo di Santa Maria Giacobbe



Chi vuole esplorare il cuore medievale e superstizioso dell'Umbria, non può prescindere dalla visita di questo santuario*.

Si trova scavato nelle viscere di una rupe sopra il piccolissimo borgo montano di Pale (Foligno).

Sul finire dell'800 Michele Faloci Pulignani, prete ed erudito folignate, descriveva con stupore la devozione che ancora suscitava malgrado fosse un posto quasi inacessibile.

"[...] trovasi l'eremo edificato sul ciglio pericoloso di una rupe scoscesa che perpendicolarmente sotto di essa si abbassa per una grande altezza, ed è ripida e difficile tanto, che per salirla e giungere all'eremo fu d'uopo intagliare malamente sulla roccia una lunga serie di scaglioni, ed aprire a viva forza quà e là un malevole sentiero, che spesso conviene risalire quasi a carpone. E tutto questo in un luogo dove non un albero, non un filo di acqua, non un pugno di terra, ma enormi macigni, che accennano sempre di precipitare nel fondo, e pochi sterpi che malamente germogliano fra quelle aride punte."


Poi monsignor Pulignani aggiunge alla sua descrizione un pizzico di terrore...

"Ho già detto che l'abside era formato in un modo molto singolare dalla stessa montagna, ma diciamolo pure, se ciò poteva essere una cosa originale, era pure una mostruosità; mostruosità che la venerazione pel luogo rispettò lungamente, e tardò a fare scomparire fino ai primi anni del secolo XVI, quando nel punto ove la rupe comincia ad abbassarsi fu innalzato un piccolo muro di prospetto che tolse a quell'ambiente la figura di caverna, e se non gli dette eleganza, almeno gli procurò la forma di tempio."


Nel muro fu aperta una specie di finestra affinché i devoti potessero ancora scorgere l'antichissimo affresco di Maria Giacobbe che reggeva il vasetto, dipinto secoli prima sul costone della caverna.

Un grande Eterno benedicente fu dipinto nel '300 a incombere sulla pittura rupestre, per ribadire che il Padre regnava su tutti, anche sulla titolare del santuario.

L'icona di Maria Giacobbe doveva avere qualcosa di potente, se i devoti per secoli incisero i propri nomi sulle pareti affrescate della caverna affinché la santa si ricordasse delle loro suppliche, come notava inorridito don Pulignani...

"Il lettore non potrà immaginare quanti sgorbi e quante sconcezze abbiano lasciate gli oziosi su quelle venerande pareti, e come non che contentarsi di piccoli spazi e questi non dipinti, abbiano invece voluto graffire le pitture da capo a fondo, non risparmiando alle figure il viso neppure, spesso scalcinando interi affreschi, pel gusto di segnarvi a grosse lettere il nome, e questo lasciare alla indignazione dei posteri**."

A don Pulignani non piaceva affatto l'affresco di Maria Giacobbe, in cui la donna era stata dipinta "brutta, lunga, fredda e stecchita".
Invece la devozione popolare lo ha preservato fino a noi.
Cos'aveva di tanto prezioso?

La risposta si trova dietro il muro costruito nel Cinquecento, alla base del misterioso affresco della santa.


Nella strozzatura tra la parete rocciosa e il finto muro c'è un pozzetto da cui si attingeva l'acqua.

Questa era la ricchezza incommensurabile del santuario: la presenza di una vena d'acqua in un luogo inaccessibile dove, per citare don Pulignani, non c'era né un albero né un pugno di terra coltivabile, ma solo enormi macigni.

L'acqua sgorgava in una vasca scavata nella roccia sul retro della chiesa-caverna...


Pare che le ragazze del paese, dietro compenso di un devoto, scalassero l'erta fino al sacello della Santa per invocarne le grazie.

Andrea Antinori, in una guida agli eremi rupestri dell'appennino umbro-marchigiano, riporta questa usanza leggendaria appresa da fonti orali dopo un passaparola di generazione in generazione:

"A Pale è ancora vivo il ricordo di un tradizionale pellegrinaggio «sostitutivo», dove un committente, a pagamento, per ottenere il beneficio, inviava in sua vece al santuario sette ragazze guidate da una donna sposata***."

Si capisce bene che la padrona di casa gradiva molto la supplica delle donne!

Note ---

*L'eremo e i suoi affreschi sono così importanti che ho dedicato loro un intero capitolo in Il culto proibito della Dèa. Viaggio nei santuari dell'eresia mariana, Eleusi, Perugia 2011, pp. 33-55.

**Cfr. Faloci Pulignani, Dell'eremo di Santa Maria Giacobbe presso Foligno, Foligno 1880.

***A. Antinori, I sentieri del silenzio. Guida agli eremi rupestri ed alle abbazie dell'Appennino umbro-marchigiano, Società Editrice Ricerche, Foligno 2009, p. 101.

Post correlato ----

La fonte magica nelle viscere del Santuario. Alla Madonna delle Fontanelle di Magione.