domenica 15 aprile 2018

Spine, chiodi e sangue: l'estetica macabra di una superstizione.


Sfogliare libri d'arte è il mio trastullo preferito:
capita spesso di trovarci spunti imprevisti!

È il caso di questo 'paramento sacro' del 1904 dal Taideteollisuusmuseo di Helsinki : autore l'architetto e disegnatore finlandese Armas Lindgren...


Il bello è che l'opera non sembra avere niente di 'sacro'!
Dov'è la croce? Dov'è il rosario?

Si vede solo una struttura fitomorfa guarnita di spine che termina in un cuore. In basso, tante roselline grondano sangue.

I nostri parametri estetici non sono più quelli di cento anni fa, così come il nostro senso del sacro.
Le spine e le rose erano molto presenti agli inizi del secolo scorso nell'immaginario decorativo europeo.

A Perugia, camminando per via Alessi, ho trovato sopra un portone di civile abitazione uno dei tanti lavori in ferro battuto che raccontano la suggestione della rosa e delle spine.
Anche qui niente di sacro, a prima vista!



Tanti aculei coronano una rosa.
È un'estetica che afferriamo a fatica, oggi che l'immaginario rurale è così distante dal nostro sentire.

Se diamo un'occhiata al frontespizio della rivista di devozione ritiana "Dalle api alle rose" edita nel 1950, troveremo la stessa immagine con un chiaro rimando religioso.

Rita contempla le api che svolazzano sopra la sua testa.
Secondo la leggenda narrata dal Cavallucci, proprio quelle api l'avrebbero trafitta da piccola nella culla*, presagio del sommo supplizio della spina che Le si conficcò anni dopo sulla fronte mentre era in contemplazione di un Crocefisso!

Nel controfrontespizio del giornalino troviamo la famosa Rosa con le spine, emblema del culto ritiano...



Guai a credere che queste rose siano solo frutto di una suggestione estetica!

Tutti gli aculei, dalle spine ai chiodi, evocano le sofferenze umane e il loro uso nella stregoneria non era affatto simbolico.

Paolo Bartoli in un libricino di qualche anno fa parla della "magia delle punte", e tratteggia le origini arcane di questo rito...

« La "magia del ferro" e la "magia delle punte" sarebbero dunque confluite a creare la "magia del chiodo", coniugando la forza apotropaica del "toccare ferro", con quella degli strumenti appuntiti (spilli, coltelli, forbici aperte, forconi o tridenti, ecc.) che da tempo immemorabile sono stati usati come armi rivolte contro le streghe, gli spiriti maligni ed altri esseri malefici**. »

Inchiodare il male equivale a disinnescarlo.
All'inizio del secolo scorso, e in particolare nei paesi di lingua tedesca, l'inchiodatura era ancora un potente mezzo di scongiuro.

L'eco di quella febbre collettiva per i chiodi era giunto alle orecchie dell'eccentrico collezionista perugino di amuleti Giuseppe Bellucci, che un anno dopo la fine della Grande guerra inaugurava il suo libro sui chiodi raccontando di una statua inchiodata propiziatoria, eretta anni prima nella piazza del Municipio di Trieste per raccogliere fondi da destinare agli orfani dei soldati austriaci caduti.

Le autorità triestine invitavano ad infilzare più chiodi possibile nella statua!

Bellucci così scriveva...

« Ad iniziativa della famigerata Società Austria, nel giorno suindicato [20 luglio 1916, anniversario della gloriosa battaglia navale di Lissa, in cui gli austriaci avevano umiliato lo schieramento italiano nella Terza Guerra d'Indipendenza, n.d.a.], nella piazza Grande di Trieste, di fronte al Palazzo municipale, veniva pertanto inaugurato con grande sonennità un monumento in legno, alla presenza delle autorità civili e militari e con l'intervento dei Consoli dei Paesi alleati all'Austria.

[...] Ma perché codesto monumento fu costrutto in legno e non, come di solito, in marmo od in bronzo?

[...] Il proclama dell'inaugurazione invitava con parole ampollose la popolazione Triestina, non solo a battere molti chiodi sul marinaio austriaco, ma soggiungeva che rappresentando esso la potenza dell'Austria sul mare Adriatico, era dovere di ogni buon Triestino di manifestare, almeno con un chiodo battuto, tutto il fervore del patriottismo, inteso alla maniera dell'Austria dominatrice***. »

Di questa insolita 'raccolta fondi' -almeno per noi che non siamo più legati alle vecchie superstizioni- si è conservata una testimonianza preziosissima alla Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste!



Foglietti come questo venivano rilasciati a tutti coloro che versavano l'obolo per inchiodare la statua.
Si legge sulla matricola:

« Il proprietario di questo foglio, inscritto nella madre sotto il
Numero... 15414


battendo un chiodo di ferro nel Marinaio in ferro, ha contribuito ad un'opera eminentemente patriottica ed umanitaria perché il ricavo andrà ad incremento dell'I. r. Fondo di provvedimento per le vedove ed orfani di militari di questa città
. »


Note alle immagini in apertura e in chiusura ---

_Ho tratto la prima immagine qui pubblicata dal bel catalogo sull'Art Nouveau di Gabriele Fahr-Becker, edito per Konemann, Koln 1999, in Scandinavia: coscienza nazionale alla "luce del Nord", p. 298.

_La matricola di cui qui riporto uno scatto, si trova presso la Biblioteca Hortis con la seguente collocazione:
R.P.Misc. 0200 00800.


Note al testo ---

* Al monastero casciano è presente un dipinto anonimo in cui la boccuccia della piccola Rita è dipinta « come una ferritoia aperta all'esterno », dove le api entrano in processione.
Per il quadro che illustra l'episodio, vedi il post :
Il feticcio inchiodato ---indagine sul mito di Santa Rita
.

Cfr. anche Breve racconto della vita e dei miracoli della beata Rita: dipinti del 17° secolo del Monastero di Santa Rita da Cascia, testi di Pietro Amato, Mario Bergamo, Toti Carpentieri, Terni 1993.

**Cfr. Bartoli, Tocca ferro : le origini magico religiose delle superstizioni su fortuna e sfortuna, Protagon, Perugia 1994, pp. 127-128.

***Cfr. Bellucci, I chiodi nell'etnografia antica e contemporanea, Perugia, 1919, pp. 2-4.


Post correlato sugli idoli infilzati ---

Del potere di trafiggere gli idoli nella cultura tribale, e delle analogie di questa cultura con certe raffigurazioni medievali, ho parlato in San Sebastiano e i feticci inchiodati della Stregoneria.

giovedì 25 gennaio 2018

Una guerra tra 'Poveri': quando si faceva a gara per vivere di elemosine.




Dario Fo aveva ribattezzato san Francesco "il giullare di Dio", e non aveva così torto!

Le sceneggiate sulla pubblica piazza a cui il figlio del più ricco mercante di Assisi ricorreva per farsi pubblicità, erano memorabili.

La Leggenda perugina* ci narra il dietro le quinte di un vero pezzo di teatro, quando Francesco impartì istruzioni nel chiuso della Cattedrale di Assisi ai suoi frati su come dovessero fingere di punirlo davanti al popolo, per aver sorseggiato del brodo di carne!

« Allora il beato Francesco si tolse la tonaca e ordinò a frate Pietro [Cattani, il primo compagno] di trascinarlo così nudo davanti al popolo, con la corda che aveva al collo. A un altro frate comandò di prendere una scodella piena di cenere, di salire sul podio dal quale aveva predicato e di là gettarla e spargerla sulla sua testa.

[...] Frate Pietro si mise a trascinarlo, conforme al comando ricevuto, piangendo ad alta voce assieme agli altri frati. Quando fu arrivato così nudo davanti al popolo nella piazza dove aveva predicato, disse: "Voi credete che io sia un sant'uomo [...] Ebbene, confesso a Dio e a voi che durante questa mia infermità mi sono cibato di carne e di brodo di carne".

Quasi tutti scoppiarono a piangere per pietà e compassione verso di lui, soprattutto perché faceva molto freddo ed era d'inverno, e lui non era ancora guarito dalla febbre quartana
. » (ff 1610)

Francesco aveva la stoffa del grande attore.
Ma quando qualcuno gli rubava la parte, andava su tutte le furie!

Tommaso da Celano nella Vita Seconda ci racconta la reazione scomposta del Poverello quando seppe che due frati si erano fatti crescere la barba, tutto per simulare una condotta più austera della sua...

« Gli fu riferito un giorno che erano stati ricevuti dal vescovo di Fondi due frati, i quali, sotto pretesto di un maggior disprezzo di sé, coltivavano una barba più lunga del conveniente.

[...] Il santo si alzò di scatto e levando le mani al cielo con il volto inondato di lacrime, proruppe in queste parole di preghiera o piuttosto di maledizione: " [...] Da te, o Signore santissimo, e da tutta la curia celeste e da me tuo piccolo siano maledetti quelli che con il loro cattivo esempio confondono e distruggono ciò che un tempo tu hai edificato " » (ff 740)

Francesco temeva sempre che qualcuno gli sfilasse lo scettro di Re dei Poveri!

Ma le vere insidie al Poverello venivano dal fronte esterno: il Duecento era pieno di finti cenciosi.

Tra loro c'era anche una curiosa compagnia di sbandati-organizzati, che avevano un vero nome da battaglia: i "Saccati".

Il frate parmigiano Salimbene de Adam** nella sua Cronaca li descrive con uno strisciante disprezzo, lamentandosi del pauperismo facile di questi copioni che scimmiottano i frati, minacciandone il primato...

« [...] e chi vuole si mette un cappuccio e si fa una nuova Regola da religiosi mendicanti**.
Questi subito si moltiplicarono di numero, ed erano chiamati con ironia e malizia "boscaioli".

Passato del tempo si fecero degli abiti non più di lana grezza, ma di lino, e sotto avevano tuniche ottime, al collo invece un mantello di sacco e perciò furono chiamati "Saccati".

E si fecero dei sandali alla maniera dei frati minori.
Poiché tutti quelli che vogliono inventare un nuovo Ordine e una nuova regola, sempre mendicano qualcosa dall'Ordine del beato Francesco, o i sandali o la corda o anche l'abito
. » (ff 2656)

La 'guerra tra Poveri' che frate Salimbene descrive in questo passo, non dipendeva da esibizionismo fine a se stesso.

Essere riconosciuti dal Papa con un privilegio era un vero affare!
Significava avere diritto a ricevere donazioni dai laici, anche molto ingenti.

Non a caso Salimbene conclude la sua descrizione dei "Saccati" accennando al Privilegio di Povertà, concesso dal Papa ai frati per tutelare il copyright di Francesco...

« Ma ora l'Ordine dei frati minori ha ottenuto un privilegio papale che fa divieto a chiunque di portare un abito per il quale possa essere ritenuto frate minore. » (ff 2656)

Fine della concorrenza!


Nota sull'immagine in apertura ---

L'affresco qui pubblicato proviene dalla chiesa di Santa Maria in campis presso Foligno e raffigura San Tommaso Apostolo attorniato dai poveri, che fanno ressa intorno a lui chiedendo l'elemosina.


Nota sulle Fonti ---

* La Legenda Antiqua Perusina, più nota come Compilatio Assisiensis o per segnatura come MS 1046, fu scoperta solo ai primi del '900 dal padre francese Ferdinand Delorme in un deposito della Biblioteca Augusta di Perugia.


In Augusta il prezioso manoscritto era finito con la demaniazione del patrimonio ecclesiastico; il timbro di Provenienza « Bibliothecae Montis Perusiae » è ancora ben leggibile sul bordo inferiore...



Delorme presentò la sua scoperta nel 1926 in occasione del famoso Centenario francescano in un libro: La legenda antiqua sancti Francisci, texte du ms. 1046 de Perouse, edite par le p. Ferdinand Delorme, Paris : Editions de la France franciscaine.
Sotto, il frontespizio dell'Opera e il passo qui citato...




Recentemente padre Marino Bigaroni ha riordinato il testo del Delorme, cambiando anche il nome del documento da Legenda Antiqua Perusina a Compilatio Assisiensis, perché a suo dire era:

« l'unico testo che noi abbiamo sicuramente assisano di queste tanto ricercate fonti primitive, scritto e riposto in quell' "armario", che allora dovette essere anche l'archivio più autorevole dell'Ordine. »

L'episodio della punizione di Francesco [Delorme, 39] si trova in Bigaroni al paragrafo [80].
Cfr. Bigaroni, San Francesco d'Assisi dagli scritti dei suoi Compagni: compilazione d'Assisi dal ms. 1046 di Perugia,
Edizioni Porziuncola, 1987.


** Frate Salimbene racconta la concorrenza spietata tra 'poverelli' per diritto divino e finti poveri, anche in un altro passo della sua Cronaca:

« [...] quanti vogliono indossano un cappuccio e si mettono a mendicare, gloriandosi di aver fondato un nuovo Ordine.
Ne viene una grande confusione nel mondo, perché i secolari ne restano gravati, e per quelli che si affaticano con la parola e con lo studio
[cioè i frati, n.d.a.], per i quali il Signore ha stabilito che vivano del Vangelo, non ci sono elemosine bastanti. » (ff 2630)


Post correlato sulla Povertà ---

Mi ero già soffermato sull'ostentazione del pauperismo tra i frati.
Vedi il post:
Poveri beati & Poveri sfigati: san Francesco e i suoi 'colleghi' straccioni .

Nota sulla traduzione ---

Per i testi delle agiografie seguo sempre le Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 2004.

martedì 5 dicembre 2017

In nome di Ecate: i roghi alle porte e le penne degli uccelli.



C'è un legame strettissimo tra le penne degli uccelli e le pene degli uomini: vi sembra assurdo?

A Perugia una vecchia superstizione prescriveva di bruciare a notte fonda i cuscini, se avevate il sospetto che una megera vi avesse scagliato contro una fattura!

Le zone in cui si consumavano questi riti per togliere il malocchio erano due famosi crocicchi: i Tre Archi al quadrivio di Santa Croce e soprattutto, nella zona opposta della città, l’oscura Porta Trasimena detta anticamente della Luna.

« Il "Quadrivio” di porta Trasimena [era] tradizionalmente considerato un luogo infausto perché qui venivano bruciate le “piume affatturate” dei cuscini, sprigionando i malefici che vi erano rappresi*. »



Questo luogo della città pare avesse una fama più che sinistra.

Posta nella direzione del lago Trasimeno, a questa porta nelle matricole medievali si trova associato il colore blu**, forse per indicare le acque lacustri o forse perché qui il sole tramontava, e al giorno seguiva la notte, come ci suggerisce il bassorilievo di una mezza luna scolpito a destra della chiave di volta...



Anche la via che conduce a questa zona dal corso principale si chiama via della Luna, ed indica nella toponomastica una contrapposizione semantica tra le due parti della città.




La porta Trasimena si trova infatti nell'urbanistica perugina opposta a porta Sole, il punto più ad est della città antica da cui proveniva la luce del sole mattutino.

« La porta che guardava ad Ovest prendeva nome dalla Luna. E non poteva essere altrimenti: se la porta del Sole guardava ad Est, in direzione del Sole, la porta della Luna non poteva che essere situata dal lato opposto; di conseguenza la porta della Luna era in stretta relazione con la lunare pars hostilis, e qualcuno, in tempi passati, sembra che abbia voluto sottolineare questa sua caratteristica, infatti sopra l’arco medievale della porta è rappresentata la luna crescente**. »

Come è noto, ad Ecate piacevano le scene oscure!

In particolare i crocicchi delle strade, dove le sue statue trifronti proteggevano i viandanti dalle insidie notturne.
Era una superstizione radicata fin dal MedioEvo, tanto che queste zone si consideravano i luoghi migliori per evocarne i poteri...

« Gli antichi credevano che Ecate facesse le sue apparizioni nei quadrivi, e da quest’idea nacque la credenza, conservatasi nell’Età Moderna, che ai quadrivi si corresse soprattutto il rischio di incontrare il diavolo.
Da qui la credenza che agli incroci delle vie si potesse evocare il diavolo; ovviamente, era altrettanto facile incontrarvi coloro che erano in rapporti con il diavolo.
Martino di Arles ricorda l’usanza di accendere di notte fuochi nei quadrivi
, “ne inde sortilegae et maleficae transitu faciant”***. »

Di più.
In latino, l'analogia fonetica tra le pene degli uomini [poena-ae] e le penne degli uccelli [penna-ae] aveva alimentato la superstizione secondo cui le streghe legassero il malocchio proprio alle piume!

Ecco perché la comparsa di un uccello del malaugurio era così temuta, e tra gli uccelli quelle che si credevano essere le più assidue collaboratrici delle streghe: le civette.

L'immagine fosca della civetta come apportatrice di sventura non era solo un retaggio remoto del MedioEvo, ma è sopravvissuta indenne fino a ieri.
Ancora ai primi del '900 erano frequenti i roghi dei cuscini alla nostra porta della Luna; questo immaginario stregonesco, radicato in tante parti d'Italia, alimentava un universo di oscure suggestioni che un gruppo di pittori toscani, animatori del Caffè livornese Bardi, impresse nelle proprie tele...



Tra loro, qui mi piace citare Benvenuto Benvenuti con le sue Tre civette in due versioni diverse (sopra), e soprattutto Gabriele Gabrielli, pittore di soggetti macabri e allucinati (sotto, un gufo attorniato da teste demoniache), morto suicida giovanissimo nel 1919.
Sulla sua figura eccentrica ancora si scriveva nel 1947:

« Gli scheletri sono i suoi migliori amici, così pure i gufi, le civette e tanti altri uccelli notturni dal becco adunco e gli occhi scintillanti che sembrano narrarci i più riposti segreti della natura****. »



Nota alle immagini ---

La penultima opera qui citata, un olio su tela di Benvenuti, è interessante perché allude ai poteri numinosi attribuiti alla civetta in età classica, molto diversi dall'immagine funesta che la civetta assumerà poi dal MedioEvo.
L'artista, non a caso, intitola il suo quadro in cui la luce emerge da una grata: "Le civette (La fucina della sapienza)".


Note al testo ---

* Cfr. Perugia, Guide Electa Umbria, a cura di Massimo Montella, Editori Umbri Associati 1993, p. 98.

** Cfr. Mauro Menichelli, Templum Perusiae. Il simbolismo delle porte e dei rioni di Perugia, Futura, Perugia 2006, pp. 245-246.
_ Sempre Menichelli nel suo studio insiste sul legame tra le forze oscure e il colore associato alla Porta :

« Il colore azzurro del rione di porta S. Susanna era quindi legato al simbolismo delle acque della morte e queste, sia per la loro grande profondità, sia per essere in stretto rapporto con il mondo infero, richiamavano le tenebre e quindi il colore nero. »

*** Cfr. Giuseppe Bonomo, La caccia alle streghe, Palumbo, Palermo, 1959, pp. 27-28.

**** Cfr. Mario Citti, L’arte tormentata del pittore Gabrielli in Gabriele Gabrielli. Un allievo spirituale di Vittore Grubicy al Caffè Bardi, a cura di Francesca Cagianelli, Pontedera 2008, p. 118.


Post correlato sulla Porta del Sole ---

A Perugia, opposta alla porta della Luna e speculare ad essa, era la zona solare dedicata alle divinità del fuoco e al forgiatore Vulcano, soppiantato poi da san Lorenzo nel sincretismo cristiano.

A questo argomento ho dedicato il post: Dal Tempio di Vulcano alla Cattedrale di San Lorenzo di Perugia. Costruire un culto in 3 semplici passi.


Approfondimenti ulteriori...

_I contenuti di questo post sono un'elaborazione del primo capitolo del mio libricino "Tre civette sul comò. Storia di un maleficio":
« I roghi nei crocicchi. Le penne da bruciare al trivio di Ecate ».

_ Riguardo alle raffigurazioni di Ecate tricefala, un curiosissimo caso di sincretismo religioso è certo quello della Madonna tricefala all'abbazia di San Pietro, che mai mi stancherò di sottolineare e a cui ho dedicato due post:
*Madonna a Tre Teste: incredibile affresco all'abbazia di San Pietro a Perugia!
*La Madonna a Tre Teste e quei due angeli sospetti...

_ L'associazione della Porta della Luna a santa Susanna (Susanna è l'unica figura femminile ad essere accostata alle porte perugine nelle matricole medievali) ci suggerisce come le acque adombrate in questa porta non indicassero in origine il Lago Trasimeno, bensì fossero quelle del ciclo menstruale, a cui le lunazioni anticamente venivano associate.



Sopra, Susanna davanti alla Porta.
Miniatura tratta da una Matricola trecentesca dell'Arte dei Notai, Biblioteca Augusta di Perugia.